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WALTER VALENTINI

"La città ideale"

 

Per partecipare a suo modo alle manifestazioni della ricorrenza del 60° anniversario della Liberazione di Bologna, Stamparte ha deciso di organizzare ed aprire proprio nello stesso giorno, 21 aprile, la mostra di un artista particolarmente significativo: oggi incisore internazionale, oltre che pittore e scultore, egli era stato infatti da giovanissimo un "gappista" nella sua terra d'origine marchigiana: parliamo di Walter Valentini. E accanto alla biografia, ad un testo inedito ed a sue considerazioni sul proprio mondo poetico e operativo, si è fatta la scelta di affiancare brani di Roberto Roversi, Italo Calvino e Piero Calamandrei. E' tutto qui di seguito, come nel piccolo dépliant della galleria.

 

 

Cenno biografico

 

Walter Valentini nato a Pergola (Pesaro) nel 1928, partecipa giovanissimo alla Lotta di Liberazione nelle Marche. Dopo la guerra studia prima a Roma con Consagra, Turcato e Cagli, poi a Milano, dove ha come maestri tre protagonisti della cultura e dell’arte del tempo, Luigi Veronesi, Max Huber e Albe Steiner. Dal ’50 è a Urbino, dove compie gli studi alla famosa Scuola del Libro (che sarà poi Istituto d’Arte e Accademia con Renato Bruscaglia), specializzandosi in litografia con Carlo Ceci. In Urbino conosce e assimila la cultura rinascimentale di cui la città, patria di Raffaello, conserva importanti testimonianze, dalle architetture di Francesco di Giorgio Martini e del Laurana alla Flagellazione di Piero della Francesca e alla Profanazione dell’ostia di Paolo Uccello. Maturano interesse e passione per l'incisione di Valentini, che fin d’allora si afferma per rigore tecnico e capacità innovativa del linguaggio, tanto da essere oggi considerato un maestro internazionale.

Partecipa ad alcune mostre fin dal 1955 (Venezia, I Biennale dell’incisione italiana contemporanea), e da quell’anno si stabilisce definitivamente a Milano, dove espone opere del periodo della Scuola del Libro. Per anni svolge attività nel mondo della grafica e in due importanti agenzie di pubblicità, ma coltiva in privato la pittura con attento e crescente impegno.

La prima vera mostra d'esordio si tiene, nel 1974, alla Galleria Vinciana di Milano, presentato in catalogo da Guido Ballo, conosciuto qualche anno prima e da allora suo estimatore.

Nel suo curriculum espositivo sono di particolare rilievo le mostre dedicate alla grafica: dopo l'esordio di Venezia, le partecipazioni alla Biennale Internazionale di Ibiza e di Listowel (dove ottiene il primo premio), alla Biennale Internazionale di Cracovia nel 1984 (dove gli viene assegnato il Grand Prix) e alla Biennale Intemazionale di Lubiana nell’84 e ‘89 (con sale personali); la mostra antologica dell'opera grafica (1972-1989) a Rimini nel 1989, in occasione della quale viene pubblicato il catalogo dell'opera incisa. E’ stato docente e poi direttore della Nuova Accademia di Belle Arti di Milano.

Valentini si è cimentato con risultati suggestivi nella realizzazione di molti libri d’artista a tiratura limitata, illustrando con opere originali testi come La città del sole di Tommaso Campanella, due volte I canti di Giacomo Leopardi, e ancora testi di Giacomo Oreglia, Mario Luzi, Basilio Reale. Tra le tante mostre dedicate ai libri d'artista, di Valentini si debbono ricordare la partecipazione, nel 1992, a “The artist and the book in twentieth-century Italy”, al Moma di New York, l'esposizione, nel 1994, a Pontremoli, la personale, nel 1999, al Palazzo Te di Mantova e la mostra itinerante, nel 1999-2000, a Washington Chicago e Vancouver: in quell’occasione un esemplare entra alla Casa Bianca di Bill Clinton. Opera grafica, opere su carta e su tavola, scultura si alimentano vicendevolmente di sperimentazioni, scoperte, riflessioni.

Gli elementi della poetica di Valentini sono, del resto, da subito evidenti: la cultura artistica del Rinascimento, fatta di armonia e di equilibrio; il senso dello spazio e delle proporzioni proprio dell'architettura; l'interesse per la musica; l'esigenza di dare rappresentazione al fluire del tempo, al cosmo, alla memoria; la suggestione e la sensibilità per i materiali usati (carta, legno, muro). Vanno ricordate poi le commissioni per grandi opere e installazioni che Valentini realizza in spazi pre-individuati: a Milano ‘78, a Reggio Emilia e a Chiaravalle (Ancona) ‘88; nel ‘90 a Greenwich, Connecticut, (USA) e a Siegburg (Germania); nel ‘91, ad Aspen, Colorado (USA) e a Pesaro; nel 2001, al Palazzo Magnani di Reggio Emilia, in occasione della sua importante retrospettiva. Altre mostre personali di prestigio si tengono in gallerie e musei italiani e stranieri (Germania, Usa, Turchia, Tokyo, Vienna, Parigi). Ottiene il Prix Ollivier a Montecarlo ed espone alla XLVII Biennale. Dopo l’avvio di una fontana con una sua scultura in bronzo di tre metri nel 2003 a Loano (Sv), il Comune ligure allestisce ora una retrospettiva di opere uniche nel Palazzo Doria dal 26 marzo al 16 giugno 2005.

 

 

Appunto per Valentini

di Maurizio Marozzi

 

Nel 1956, tra le pubblicazioni dell’Istituto per la Decorazione e l’Illustrazione del Libro di Urbino, troviamo un testo di ninne-nanne illustrato o meglio “adornato” da litografie di Walter Valentini. L’esordio artistico del Maestro è chiaramente figurativo e risente del tradizionalismo della Scuola del Libro di Urbino, città che ha visto Valentini frequentare l’Istituto d’Arte e specializzarsi, nel 1955,  in Litografia. Ma mentre la grande maggioranza dei suoi “colleghi” urbinati trova spunto e definizione nei luoghi marchigiani, certamente colmi di richiami, Walter Valentini avverte che questo mondo è solo un punto di partenza per entrare in un universo ancora da scoprire e in cui fare confluire anche altre esperienze artistiche.  Prima tra tutte quella derivatagli dalla lezione dei suoi Maestri milanesi e romani di fine anni Quaranta, come Albe Steiner o Luigi Veronesi.  Il realismo perde così la sua primaria importanza espressiva e cede il passo a figure geometriche, astratte, senza spazio nè tempo. E’ questo un momento necessario, non per rinunciare a quanto acquisito, ma, come già detto, per muoversi verso una maturità più completa, più determinata.  Anche la tecnica subisce un’evoluzione: non basta più la tradizione, il già riconosciuto; l’Artista ha bisogno di creare, di sperimentare, di dominare la tecnica, come dirà lui stesso, fino a fare diventare anch’essa un’espressione poetica. Così pure tutto quanto funge da corollario a questa deve mutare la sua natura originale per elevarsi, nelle mani del Maestro, ad un passaggio lirico autonomo.  La carta, per esempio, diventerà nel campo grafico uno strumento malleabile che Valentini utilizzerà in modi inusuali e con esiti originali. Il suo candore, il suo colore bianco sarà già un punto di arrivo da cui muoversi, dapprima con rispetto, poi con piena cognizione della sua ineguagliabile luminosità, a cui contrapporre, in un gioco senza cromatismi, l’uso del nero, l’esclusione di qualsiasi dialogo artistico per eccellenza. Il parallelo con Burri viene spontaneo, ma mentre per quest’ultimo lo stacco tra bianco e nero è definitivo, inappellabile, senza speranza, nella simbologia di Valentini possiamo leggere, un’apertura verso un mondo creativo ancora in divenire, ma reale.  Le porte dell’Artista non separano, infatti, il puro dall’impuro, come vorrebbe l’iconografia tradizionale, riferendosi al Mistero della Vergine, ma rimandano, con il piacere dell’attesa, l’ingresso ad una città ideale dove le architetture sono quelle della classicità rinascimentale e le prospettive sono quelle di Piero. A compendio di queste geometrie l’omaggio a Raffaello, con la sua purezza di forme: da qui il ritorno ad Urbino, città ideale e reale. Sopra questi simboli, poi, a scandire il ritmo del tempo, compaiono le costellazioni per ricordarci non il semplice trascorrere dell’esistenza, ma quanto sia importante che questa sia stata vissuta capendo ed interpretando il proprio tempo. Anche l’uso dell’oro, soprattutto nelle opere recenti, serve a sottolineare non tanto un maggior bisogno di luce, quanto l’acquisizione di questa, con tutto ciò che porta in sè di creativo e vitale in un mondo fatto di continuità. Il messaggio non  può che essere positivo: la vita del singolo appartiene ad un universo che lo avvolge e lo accoglie in un’armonia eterna.  Così, come nel ballo dei Dervisci, il danzatore unisce con un gesto la terra al cielo.

 

 

Valentini: ... guardare avanti, conservando la memoria del passato ...

 

Il mio linguaggio si allontana dal tecnicismo tradizionale pur mantenendone le regole. Ho sempre cercato un rapporto reale tra me, una tecnica e il contenuto che voglio dare al mio lavoro ed anche quando incido, svolgo sempre un lavoro progettuale, perché questo possiede costantemente un carattere finito e, allo stesso tempo, non finito; fondandosi perpetuamente sull'idea della possibilità di andare avanti. E’ il tipo di ricerca che conduco che è progettuale, il caso su di me agisce pochissimo e, talvolta me ne dolgo, ma uscire da una progettualità può diventare pericoloso perché si perde il senso di ciò che si vuol fare: si perde il dominio dell’opera, l’equilibrio ...

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La mia esperienza creativa, è partita da lontano, da Urbino e dalla visione che ebbi del Palazzo Ducale. Fu una rivelazione improvvisa quel Palazzo immenso, infinito, quasi il miraggio di un’immagine misteriosa, sottratta alle leggi della materia, dove lo spazio, dominato dal silenzio, mostrava la misura delle forme classiche liberamente usate dall’uomo del Rinascimento per creare nuove espressioni di armonia e di bellezza. Sono sensazioni e immagini che non ho più dimenticato. Fui folgorato da quei luoghi dove tanti artisti, artefici di capolavori assoluti, come Piero della Francesca, hanno operato. La scuola, la città, l'ambiente tutto, divennero elementi decisivi per la mia formazione e fu allora che cominciai a rapportarmi con lo spazio, ad avere con esso un colloquio intenso e speciale che costituisce la chiave di volta di tutto il mio lavoro. Urbino mi suggerì, fin dall’inizio, proprio questo desiderio dello spazio e, insieme, la necessità. quasi fisica, di confrontarmi con esso, di misurarlo. Il fascino dello spazio mi ha coinvolto, così preso, che poi è diventato la principale ragione della mia ricerca.

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Nel dipingere o nello scolpire è logico che l'artista cerchi una propria tecnica: lo stesso deve valere per l’incisione, un procedimento che ha i propri riti, ritmi e tempi. Si compie un rito quando si incide; e rituale è il modo in cui l'opera viene stampata. Rituali sono i gesti che usi toccando la carta, e quando la bagni, e quando la depositi sul torchio ed, infine, quando essa ti restituisce il segno che in precedenza avevi solo immaginato. Incidere è un processo lento, molto diverso dal dipingere o dallo scolpire. Quando si dipinge, il contatto con la tela è evidente, immediato: il risultato viene costruito per gradi, con un controllo continuo: nell'incidere, invece, il rapporto con il risultato è tutto mentale, la verifica rimane astratta, a livello di pensiero: tutto ciò che inizialmente tracci sulla superficie della lastra è pensato ma non realizzato. Pensato in negativo per ottenere il positivo attraverso la mediazione tra diritto e rovescio, tra ciò che fai e ciò che hai immaginato di fare: è come guardare sopra la superficie di uno specchio. La sentenza finale è rimandata fino alla conclusione del processo, al momento della prova di stampa. Il culmine della tensione lo si raggiunge, infatti, quando il primo foglio esce dal torchio schiacciato e pieno di tutte le più nascoste intenzioni: secondi che sembrano non finire mai! Poi l'attimo folgorante della verità, della verifica, delle decisioni da prendere, delle scelte da fare, delle correzioni da apportare: attimi che subentrano a quel senso di spaesamento, di lieve vertigine che si prova nel vedere l’immagine capovolta.

 

.... “la porta del tempo”, “la stanza del tempo” ... il tempo è una parola che ritorna spesso nelle mie opere. Il termine racchiude, in un certo senso, una delle caratteristiche fondamentali del mio operare: guardare avanti conservando la memoria del passato. Il tempo è protagonista e giudice delle cose che facciamo. Il tempo è coercitivo, ci obbliga alla resa dei conti, rende tangibile la necessità dell’ impegno propositivo, progettuale. Alla denuncia deve seguire l'azione, il degrado va sconfitto con valori e proposte costruttive...

 

(Brani liberamente tratti da Le geometrie dell’anima, testo dell’Artista pubblicato sul periodico

Prova d’artista, n. 1/2004, direttore Roberto Budassi, editore Corrado Albicocco, Udine)

 

 

21 aprile 2005: sono passati 60 anni ...

 

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Nel nostro tempo

affannato di nuvole fredde sopra

i sentimenti

l’esempio di questi combattenti

mai rassegnati

può spronare a riflettere

sui nostri obblighi e doveri faticosi urgenti

- nel rispetto esemplare

di una memoria buona

che non vuole dimenticare.

 

 

A UN AMICO MOLTO GIOVANE

 

uno prendeva il fucile

saliva sulla montagna

la montagna era lì che aspettava

e non aveva pietà

 

un altro prendeva il fucile

andava per la pianura

anche la pianura aspettava

e non aveva pietà

 

nelle città era fuoco

terribile rosso il tramonto

il fuoco bruciava le case

e non aveva pietà

 

giovani cadevano morti

fra l'erba senza colore

pendevano morti dai rami

spezzati come poveri cani

 

i mesi gli anni passavano

i giorni non davano tregua

un mitra stretto nel pugno

pianura montagna città

 

poi è arrivato un aprile

sangue di sole e di rose

come un vulcano che esplode

ha gridato la libertà

 

Roberto Roversi

 

OLTRE IL PONTE

 

O ragazza dalle guance di pesca,

O ragazza dalle guance d’aurora,

Io spero che a narrarti riesca

La mia vita all’età che tu hai ora.

Coprifuoco: la truppa tedesca

La città dominava. Siam pronti.

Chi non vuole chinare la testa

Con noi prenda la strada dei monti.

 

Avevamo vent’anni e oltre il ponte

Oltre il ponte che è in mano nemica

Vedevam l’altra riva, la vita,

Tutto il bene del mondo oltre il ponte.

Tutto il male avevamo di fronte,

Tutto il bene avevamo nel cuore,

A vent’anni la vita è oltre il ponte,

Oltre il fuoco comincia l'amore.

 

Silenziosi sugli aghi di pino,

Su spinosi ricci di castagna,

Una squadra nel buio mattino

Discendeva l’oscura montagna.

La speranza era nostra compagna

Ad assaltar caposaldi nemici

Conquistandoci l’armi in battaglia

Scalzi e laceri eppure felici.

 

Avevamo vent’anni e oltre il ponte ...

 

Non è detto che fossimo santi,

L’eroismo non è sovrumano,

Corri, abbassati, dài, balza avanti,

Ogni passo che fai non è vano.

Vedevamo a portata di mano,

Dietro il tronco il cespuglio, il canneto,

L’avvenire di un mondo più umano

E più giusto, più libero e lieto.

 

Avevamo vent’anni e oltre il ponte...

 

Ormai tutti han famiglia, hanno figli,

Che non sanno la storia di ieri.

Io son solo e passeggio tra i tigli

Con te, cara, che allora non c’eri.

E vorrei che quei nostri pensieri,

Quelle nostre speranze d’allora,

Rivivessero in quel che tu speri,

O ragazza color dell’aurora.

 

Avevamo vent’anni e oltre il ponte ...

 

Italo Calvino

 

(Musicata da S. Liberovici , è una delle canzoni del Cantacronache 3,

Edizioni Musicali "Italia canta", luglio 1959)

 

 

... e la Costituzione ...

 

... la Costituzione italiana potrà riprendere la sua strada verso una democrazia sempre più piena e diventare una realtà politica, se le nuove generazioni sentiranno il dovere di andare in pellegrinaggio con il loro pensiero riconoscente in tutti i luoghi di lotta e di dolore dove i fratelli sono caduti per restituire a tutti i cittadini italiani dignità e libertà. Nelle montagne della guerra partigiana, nelle carceri dove furono torturati, nei campi di concentramento dove furono impiccati, nei deserti o nelle steppe dove caddero combattendo, ovunque un italiano ha sofferto e versato il suo sangue per colpa del fascismo, ivi è nata la nostra Costituzione. Se essa può apparire alla decrepita classe politica che lotta vanamente per salvare i suoi privilegi come una inutile carta che si può impunemente stracciare, essa può diventare per le nuove generazioni, che saranno il ceto dirigente di domani, il testamento spirituale di centomila morti, che indicano ai vivi i doveri dell’avvenire.

....

 

Piero Calamandrei