Carte d'arte on-line (www.cartedarte.it) - 020104

 

Danza

 

Solo a Bologna

 

Cosa spinge un coreografo a creare un solo: il narcisismo, un'esigenza artistica, le difficoltà economiche, la semplicità insita nel lavorare soltanto con chi si conosce così bene, la difficoltà di condividere con gli altri le proprie emozioni e i propri pensieri, il desiderio di non interrompere il legame tra pensiero e azione? Nel solo il danzatore è veramente da solo oppure danza con qualcuno (il pubblico, se stesso, un altro) o con qualcosa (gli oggetti di scena, la musica, le luci)? Parla di se stesso o parla degli altri? Parla a se stesso o parla agli altri?

Questi ed altri interrogativi sono emersi dalla rassegna "Solo, sul monologo di danza" che, pensata e organizzata da Eugenia Casini Ropa, si è svolta dal 12 al 15 marzo nell'ambito della programmazione del Centro di Promozione Teatrale dell'Università di Bologna, "La Soffitta", articolandosi in spettacoli, proiezioni video, incontri tra pubblico, artisti e studiosi.

I momenti performativi, dal vivo o registrati, la discussione e la riflessione hanno quindi ruotato attorno al tema del solo, o assolo, una forma di espressione coreografica che ha connotato in modo forte la danza moderna di inizio Novecento (in contrapposizione al balletto, in cui gli assolo sono sì presenti, ma inseriti in un contesto di gruppo, intercalati a duetti e a danze di insieme) e ha poi percorso tutto il secolo con numerosissimi esempi, dalla post-modern dance americana al teatro danza tedesco, diventando via via una comune pratica di espressione e di esercizio, scelta a volte per semplificare le modalità di lavoro, a volte per dare ascolto ad esigenze artistiche profonde, a volte per banali ma non secondarie difficoltà economiche.

I tre incontri di proiezioni video, svoltisi presso la sede del Dipartimento di Musica e Spettacolo dell'Università di Bologna, ci hanno dato la possibilità di vedere molteplici esempi di solo, a partire dall'inizio del Novecento fino ad oggi: dagli unici e brevi fotogrammi in cui possiamo ammirare Isadora Duncan in movimento fino alle immagini di una contemporanea (e sbalorditiva) danzatrice come Sylvie Guillem.

Gli spettacoli Io sono shake, di Rebecca Murgi, Balocco e E la tua veste bianca, di Giorgio Rossi, Fiordalisi, di Raffaella Giordano e Bacon-Punizione per il ribelle, di Enzo Cosimi, presentati alla Sala Interaction dell’Arena del Sole di Bologna, ci hanno fatto incontrare quattro artisti (allo stesso tempo creatori e interpreti) decisamente diversi tra loro.

Rebecca Murgi, poco più che trentenne, ha sviluppato la propria coreografia in stretta connessione con una colonna sonora fatta di suoni e voci di bambini, una connessione, però, non tanto tematica e autobiografica (anche se la voce registrata è spesso quella della stessa Rebecca che parla con la madre o canticchia in un buffo inglese inventato) quanto sonora e ritmica. Il corpo in movimento della danzatrice, i piccoli gesti delle mani e le espressioni del viso si sommano gli uni agli altri in una successione non narrativa, intersecandosi spesso con gli oggetti di scena – uno skateboard, una corda rossa appesa al soffitto, una lunga striscia di morbida stoffa gialla fissata al pavimento.

Giorgio Rossi, tra i fondatori, assieme a Raffaella Giordano, dello storico gruppo Sosta Palmizi ed ora coreografo e interprete di raffinata sensibilità, ha esplorato, con la leggerezza, l’esperienza e l’ironia di quarantenne dinoccolato, le suggestioni derivate da un quadro di Munch, Tra l’orologio e il letto, dai versi di Salvatore Quasimodo o dalla canzone Balocchi e profumi, tra un bicchiere di vino rosso, un orso di pelouche e una gonna a fiori svolazzante.

Raffaella Giordano, intensa e drammatica nel suo corpo scarno ed essenziale, è riuscita ad evocare immagini di madri straziate e di figlie addolorate e, ruotando su se stessa in mutande e canottiera stropicciate o legandosi un fazzoletto alla testa, tendendo un invisibile arco o sdraiandosi, quasi appesa al nulla, sul bordo di una sedia, ha creato delle immagini che dicono, a chi vuole coglierle, qualcosa di ampio e allo stesso tempo preciso a proposito di una donna o di tutte le donne.

Enzo Cosimi, infine, ha presentato un lavoro in cui immagini evocate dalle opere di Francis Bacon vengono avvicinate alle parole pronunciate da un serial killer, in cui il sesso e la violenza sono temi ben visibili, che emergono con forza dalle proiezioni video che scorrono sullo sfondo, dalle mutande di lattice nero indossate dall’interprete e dalle sue natiche sporche di sangue, esposte.  

Se i momenti di dialogo che hanno seguito ogni spettacolo hanno fatto nascere spunti di riflessione spesso interessanti, la fase di maggior approfondimento e di vero e proprio studio si è realizzata con la tavola rotonda, presso lo stesso Dipartimento di Musica e Spettacolo, che ha visto coinvolti vari studiosi ed un pubblico attento e partecipe. Le testimonianze e gli approfondimenti sono stati numerosi e numerosi sono gli interrogativi emersi a cui sembra difficile dare una risposta univoca.

Quello che, comunque, abbiamo sperimentato in questa eterogenea e ricca rassegna monotematica è stata una carrellata di immagini e di pensieri, di corpi e di parole, di artisti e di pubblico (insomma, di persone) che si è rivelata sempre interessante e a tratti emozionante; che ha in definitiva messo in luce come il percorso che porta ad una scelta artistica, così come il frutto di tale scelta, sia a volte banale e a volte tanto complesso da essere indicibile, e come valga comunque la pena, per chi guarda, di indagarlo per avere così la possibilità di indagare, allo stesso tempo, se stesso.  

Elena Cervellati