Carte d'arte on-line (www.cartedarte.it) - 020109

 

Il ’77 di Bologna: se 25 anni vi sembran tanti

 

Promemoria per tutti

 

Il ’77, i fatti del marzo di quell’anno, segnarono allora e costituiscono ancora oggi, dopo un quarto di secolo, una sorta di spartiacque, temporale e culturale, per la città e la sua storia; e non solo.

Per ricordare quel periodo, breve ma denso, quel magma pesante, quel colpo secco e improvviso come un knock out, riproponiamo ai nostri quattro lettori il testo integrale della lettera che lo scrittore Robero Roversi rivolse all’allora sindaco Renato Zangheri, indirizzandola al direttore del quotidiano l’Unità.

Spedita il  5 aprile, il giornale la pubblicò soltanto due settimane più tardi, il giorno 20, e solo nella pagina 11 della cronaca locale, seguita sotto dalla replica del Sindaco. Due giorni dopo fu pubblicata interamente sul quotidiano il Manifesto.

Per la qualità della forma letteraria, per la continua attualità degli argomenti che vi sono trattati, ci sembra opportuno ripubblicarla, perchè possa rimanere nella memoria di tutti i cittadini più consapevoli, di ogni sindaco, e – di questi tempi – anche di ogni candidato sindaco.  (a.q.)

 

 

Egregio Direttore, su L'Unità di domenica 3 Renato Zangheri ha scritto come sindaco di Bologna e come militante comunista molto importante.

Per contribuire in qualche modo, con onestà, al dibattito che è in corso, chiederei che sui quattro giorni della mia città fosse ascoltata anche la campana del sottoscritto, semplice cittadino, indipendente;  che in passato e anche il 20 giugno ha votato per il PCI; che votò a suo tempo proprio per Zangheri (di cui ha stima vera); ma che oggi si sente insoddisfatto delle analisi compiute all'interno di quei fatti. E dunque si sente insoddisfatto anche dello scritto di Zangheri.

Entro in merito. Non mi sembra che quelle quattro giornate siano state rintuzzate e vinte; mi sembra invece che il tentativo eversivo di criminalizzare Bologna, avviato altre volte in passato e senza un risultato per la reazione pronta decisa unitaria della città, questa volta abbia in qualche modo prevalso; e che la città sia uscita dalla prova con le ossa rotte. Ci vorrà tempo, ci vorranno opere, ci vorranno attente e pre cise parole per ricucire; soprattutto occorrerà una chiarezza di fondo che non mi sembra ancora di cogliere.

In che senso intendo "con le ossa rotte"? L'intendo cosi: per avere subito il ricatto eversivo senza una reazione lucida e immediata paragonabile alle altre volte, quando occorreva; per tiepidezza di guida politica e di riferimento ideologico; per non aver potuto identificare subito il Comune come il centro a cui rivolgersi per capire; per non aver ricevuto in merito informazioni chiare e immediate; al contrario, per avere vissuto di voci, di notizie verbali porta a porta e per aver dovuto attingere queste informazioni dalla stampa borghese o da alcune radio alternative (stante che la politica della "comunicazione" non ha ancora messo in atto a Bologna alcun strumento che non sia delegato o ufficiale; ed è arretrante e non corretto, a mio parere, mitizzare Radio Alice come il mostro della favola mentre è un centro di distribuzione della comunicazione che ha subìto, per le generali, una detestabile sopraffazione. Siamo tutti convinti, è vero, che gli errori si debbono contestare uno per uno; ma in pubblico, non costringendo al silenzio col coltello alla gola).

Una presenza politica a cui riferirsi senza intermediari, la quale aiutasse a precisare e a spiegare con chiarezza e giustizia, quanto più possibile, avrebbe evitato la frana che c'è stata. (Questa latitanza, a mio parere, è conseguenza di una scelta politica a livello nazionale che dovrebbe essere tutta riconsiderata. Ci si è defilati affidando la città esclusivamente alle forze dell'ordine per confermare la proposta di una propria disponibilità governativa e per ribadire in pubblico un intransigente legalitarismo che sostenesse la proposta. Anche se le migliaia di uomini armati, a cui si affidava 1'opera pratica di ricondurre in città l'ordine dilacerato, avevano messo Bologna in uno stato d'assedio, presentandosi con una rapidità di intervento e di manovra tali da far pensare a preveggenza. E loro avevano innescato il fuoco con un assassinio a freddo).

Bologna, a mio parere, aveva l'obbligo di assumere in proprio il primo morto giovane caduto sulle sue strade e non doveva (né poteva) rassegnarsi a emarginarlo rifiutandosi di dargli il proprio nome e di coprirlo con un pezzo di bandiera. Credo che questo sia da ripetere con disperazione della mente, per un'occasione mancata. Chi non ha veduto la città nelle quattro sere, dentro al suo centro storico che pareva fatto solo di pietre morte e coperta dal fiato di quattromila uomini armati, non può immaginare il peso della delusione.

Cosa mi sarei aspettato io, cittadino bolognese? Prima di tutto che la manifestazione unitaria, svoltasi a fatti compiuti, si organizzasse il giorno stesso dell'eccidio, per coinvolgere (come si chiedeva) il movimento degli studenti in un'azione che desse un pronto significato politico alla rabbia giusta e all'autentico dolore di questi giovani troppo spesso insultati dalla retorica ufficiale. Tale incontro, oltre a ricucire i contenuti politici, avrebbe servito a isolare i pochi esagitati irrazionali e i molti provocatori di professione che si stavano infiltrando nelle strade in quelle ore di orgasmo. Come secondo atto, lo voglio ripetere, mi aspettavo che il giovane ucciso fosse raccolto dalla città tutta intera. Poi mi aspettavo che il Comune si dichiarasse di tutti dentro a una vigile libertà sforzandosi subito non come intermediario ma come promotore a suggerire la comprensione dei problemi e dei fatti; e che ancora una volta in questo modo si proponesse come il riferimento unico e vero di tutta la popolazione onesta, in un momento amaro. Mi aspettavo anche che piazza Maggiore fosse e restasse illuminata a giorno, per chiamare suggerire parlare, e non lasciata spenta viscida fredda orribile. Mi aspettavo che la città, proprio lì, celebrasse subito e ancora una volta il suo grande rito politico di ritrovare la voce per continuare a parlare e a capire, mentre il fuoco era in atto. Sicché ci fosse ancora una volta la conferma che liberi cittadini di una libera città non delegavano a nessuno l'impegno dell'ordine libero e sapevano come sempre muoversi e agire dentro ai propri errori, al proprio dolore e alla durezza degli atti. Senza opporre violenza a violenza, ma solo la forza di una pronta e militante convinzione unitaria (dura, decisa e di massa) ai fucili spianati e allo svolgersi della trama eversiva.

Avrei voluto anche sentire subito qualche affermazione di autocritica ufficiale rivolta agli studenti, che sono spesso meno avventati di quanto la prosopopea ufficiale sostenga per un ovvio tornaconto. Un'autocritica del seguente tenore: la città di Bologna non vive per gli studenti, benché ne accolga sessantamila; e neppure vive con gli studenti, benché ne accolga sessantamila; ma vive sopra gli studenti, cioè sui sessantamila studenti; in questo, con vergogna, come una città terziaria. E perciò se c'è rabbia è una rabbia da distribuire; e se ci sono errori, questi errori sono di tutti. Così dicendo, anche i tanti concittadini benpensanti (e a ogni livello) invece di discettare con un perbenismo viscido su scarsa o buona voglia di studiare avrebbero dovuto guardarsi allo specchio (magari raccattando un pezzo di vetrina spaccata) e interrogarsi. E' mancata una voce che parlasse, e che spiegasse, in quella direzione.

Avrei naturalmente biasimato la violenza contro le povere vetrine (perché la violenza è sempre ignobile e da tempo non è più rivoluzionaria ma è solo oggetto e metodo di chi ha il potere di farla opprimendo e uccidendo), ma avrei indicato subito quale terribile violenza (ufficiale) veniva messa in atto contro la città e contro tutte le istituzioni della libertà, partendo dal sangue di un giovane generoso, passando attraverso i cristalli rotti e legandosi a un piano di sovversione che dura da interminabili diciassette anni e che ha fatto dell'Italia un paese unico al mondo.

Io avrei voluto sentire che Bologna era ancora una volta forte, in un momento di dura necessità. Non una città spaventata, inquieta, incerta, delegante. Dopo cento anni, e per una volta, ancora carogna. Avrei voluto che aprisse tutte le sue porte invece di chiuderle in fretta per rassicurarsi e intanarsi.

La ringrazio. E mi sottoscrivo

                                                  

Roberto Roversi 

Bologna, 5 aprile 1977.