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A proposito di una mostra in corso a Bologna

 

Polis, ovvero emozioni urbane

 

E' sempre più difficile dire cosa sia la città contemporanea; sembra essere diventata soltanto un grande contenitore di frammenti e di complessità. Da descrivere e da guardare dall'esterno. Quello che si fa nelle scuole di architettura o tra le pagine delle riviste specializzate è un'accurata analisi di tutti gli elementi che la compongono, a partire dallo smembramento di tutte le sue parti: una specie di stratificazione, quasi una spoliazione. Si parla così di "retorica della realtà" [1], una manifestazione dell' "impetuosa ondata descrittiva" che travolge l'attuale stato della conoscenza urbana e richiede la collaborazione di discipline, altre prospettive indagatrici, quali l'economia, la sociologia, la statistica, la geografia, la fotografia. 

La strada che percorrono certe esposizioni dedicate alla città è proprio quella di mostrare tratti e segni urbani, cambiamenti e trasfigurazioni di luoghi e funzioni, attraverso rappresentazioni eterogenee: ad esempio Mutations, mostra organizzata a Bordeaux nel 2000, presenta una serie di ricerche incentrate sulla condizione urbana. In particolare la ricerca USE [2] di Multiplicity, riunisce un' ampia casistica di temi urbani che hanno un carattere innovativo e sono al di fuori delle politiche tradizionali di pianificazione. 

L'urgente passo successivo che si tenta faticosamente di compiere è verso la formazione di una nuova "concettualizzazione e generalizzazione" [3] del processo urbano, un atto di coraggio volto a superare l'attuale impasse progettuale, una presa di posizione che ha come obiettivo la soluzione delle nuove problematiche. Appurato che alla base della teoria della città c'è un fondamentale patrimonio di conoscenze e di figure, via via acquisito, stiamo aspettando che gli urbanisti presentino la loro idea di trasformazione urbana e di nuova impronta territoriale. 

Questa premessa è per introdurre la mostra Polis urban (e)motion, un'ulteriore riflessione sulla città, e come dice l'introduzione al catalogo [4] "la prima tappa di un progetto che dovrà continuare per giungere alla sua completezza": si tratta dell'esposizione di un percorso attraverso aree metropolitane, che parte dall'Europa e arriva in Africa, toccando gli altri continenti. 

Le ricerche sono sorrette da diversi tipi di rappresentazione, si va dal disegno alla fotografia, dal video al cd-rom, e si impostano su un allestimento che rimanda al caos della città in cantiere. Questo richiamo che idealmente è molto interessante, risulta pedante, per non dire soffocante, perché è inserito in un uno spazio chiuso e raccolto come l'ex chiesa di San Mattia. Così si è quasi più colpiti dall'allestimento che dalle opere stesse, in una confusa frammistione tra opera e supporto. 

L'impressione complessiva è di un'inesauribile ricchezza di suggestioni e di spunti, quasi un grande romanzo ottocentesco con i suoi innumerevoli personaggi ruotanti attorno a grandi temi umani: nel nostro caso il problema della città è il tema e i luoghi e le loro rappresentazioni non sono altro che sue sporadiche interpretazioni. Il diverso sguardo sulla città è fondamentale ai fini della comprensione del fenomeno: la città viene esplorata, raccontata da occhi sempre diversi, per la maggior parte dei casi, da soggetti che subiscono una realtà urbana negativa. Paradossalmente sono più penetranti gli occhi smarriti dei più deboli: gli immigrati di Torino nel lavoro di Dominic Hislop e Miklos Erhardt, in un sostare tra le foto da loro scattate, come tra le foglie di un improbabile bosco; o i bambini palestinesi di Sandi Hilal, che con realismo agghiacciante ripercorrono, con i loro disegni, la tragedia della perdita della casa e di un' identità. 

Bellissimo è anche, per ritmo e tensione, il video di Antonio Marenco che mostra la simultaneità di due situazioni opposte, metropoli e nomadismo, in una città come Ulan Bator, in Mongolia. 

 

Ho fatto qualche domanda ad Antonio Scarponi, il cui lavoro introduce la mostra partendo dallo sviluppo demografico e dal futuro utilizzo di internet, per capire meglio quali sono i nuovi punti di approdo in una ricerca urbana. 

Aspettando le prossime tappe della mostra, che magari contribuiranno a compiere quel passo successivo che Secchi chiama "una nuova presa di distanza critica; il tentativo, pieno di rischi, di uscire dal relativismo prodotto dalla ripetuta affermazione del carattere specifico, unico e irriducibile di ogni soggetto, di ogni situazione ed esperienza" [5]

 

Quali sono le conclusioni che si devono trarre dalla mostra? 

 

Come artista mi piacerebbe chiedere a te quali conclusioni si potrebbero trarre da questa mostra. In generale penso che in una mostra non ci sia una "conclusione", al contrario credo che una mostra debba (se ha successo) sollevare questioni, dibattiti, piuttosto che dare soluzioni e risposte. 

In questo senso una mostra non è un libro, non ha conclusioni, piuttosto segna un punto di partenza, uno sguardo sullo stato delle cose. 

Un mostra (specialmente una mostra come questa) non è di solito fatta per concludere ma per proporre un percorso di ricerca possibile. 

 

In cosa il tuo lavoro ha a che fare con la città? 

 

Secondo una definizione che dà il padre di quella che chiamiamo "urbanistica moderna", Ildefonso Cerdà, la città è composta da contenitori, i muri fisici (lo spazio) e un contenuto, la popolazione. 

Il mio lavoro è un tentativo di confrontarsi con il contenuto "della città": le persone. In questo senso penso che la vera architettura della città siano le persone, non gli edifici. Per questo l'architettura e l'urbanistica sono discipline che devono necessariamente interagire con le altre discipline umane, come la sociologia, l'antropologia, ecc.. 

In particolare nel mio lavoro, strutturante è l'esperienza delle arti visive, come soluzione a problemi di rappresentazione. 

 

Qual è il significato di internet nella città contemporanea?

 

Internet è un' infrastruttura, che come quelle più tradizionali è indispensabile alla vita di relazione e allo sviluppo sociale. 

Internet però è un' infrastruttura che ha la particolarità di permettere la simultaneità di relazioni sociali, indipendentemente dalla continuità territoriale. 

Se consideriamo la vecchia definizione di Urbanistica che ci viene da Cerdà, di cui parlavamo prima, Internet mette in secondo piano la distanza spaziale che diventa non "determinate" e porta in primo piano il contenuto della città: le persone. 

 

Quante persone, a prescindere dalla loro posizione geografica nello spazio, hanno la possibilità di accedere alla rete? Quante persone hanno accesso alla polis delle telecomunicazioni? 

 

In questo senso però occorre fare attenzione, internet non implica la "morte della distanza". Internet è un' infrastruttura che permette relazioni a prescindere dalla distanza. 

Paradossalmente infatti secondo alcuni sociologi, grazie allo sviluppo delle telecomunicazioni assistiamo ad un aumento delle comunicazioni interpersonali "face to face": si comunica di più, ci si incontra più spesso. 

Considerando questo paradigma demografico cui le infrastrutture di telecomunicazione ci sottopongono, credo che dovremmo definire e delineare i confini della città contemporanea non attraverso limiti geografici ma attraverso le persone che hanno la possibilità di accedere ad uno stato di diritto: diritto d' accesso all' informazione (come per esempio internet), all' acqua potabile, all' istruzione: il diritto di essere cittadini appunto. 

 

Quale è il destino della città tradizionale? 

 

Se per città tradizionale si intende quella del vecchio continente credo abbia già incontrato il suo destino almeno cinquant'anni fa. 

Credo che la città tradizionale non esista più, perché non esiste il contesto sociale e l'uso, anche simbolico, che della città tradizionale veniva fatto. 

 

Quali i nuovi modelli di città che si prospettano? 

 

Questo è il problema. 

La storia ci ha insegnato che la città moderna non ha funzionato, ma ancora non riusciamo a pensare dei reali modelli alternativi. 

Se guardiamo al paradigma demografico, nel 1920 la popolazione mondiale era di circa due miliardi, nel 1970 di quattro miliardi. Oggi è di sei miliardi e abbiamo superato un limite storico in cui più della metà della popolazione mondiale vive nelle città; percentuale che è inevitabilmente destinata a salire. 

Nel 2030 saremo otto miliardi, possiamo immaginarci cosa succederebbe se ognuno di noi dovesse prendere quotidianamente l' automobile per andare al lavoro? 

Per quanto riguarda i nuovi modelli di città, forse si può immaginare che questi non si potranno realizzere con efficacia nei paesi occidentali, in quanto viviamo in territori urbanizzati già a più del settanta per cento. 

Quindi per quanto riguarda territori altamente sviluppati e infrastrutturati come quello europeo credo che sia opportuno gestire nuove politiche di uso del territorio, piuttosto che ripensarne uno nuovo, quel poco che ci resta vergine, mi auguro che sia lasciato così. 

Per noi non esiste un nuovo territorio, bensì un nuovo uso del territorio. 

Possiamo invece affermare o meglio sperare che nuovi si realizzeranno nei così detti paesi in via di sviluppo, quelli in cui vivono cioè i tre quarti della popolazione mondiale. 

Basti pensare che nei prossimi trenta anni solo in Asia si inurberanno un numero di persone pari a circa il doppio delle persone che attualmente vivono nelle città Europee e Nord Americane. 

È evidente che il paradigma demografico ci porta a fare nuove considerazioni sullo sviluppo della città. 

Il mio lavoro in questo momento è un tentativo di rappresentare questo paradigma.

 

Angela Macchi

 

[1] Bernardo Secchi, "Prima lezione di urbanistica", Laterza, Roma-Bari, 2000, pag. 139.

[2] Uncertain States of Europe.

[3] Bernardo Secchi, op. cit., pag. 147.

[4] Polis urban emotion, catalogo della mostra, a cura di F.Addarii, pag. 19.

[5] Bernardo Secchi, op. cit., pag. 147.