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MANDELLI  AL  PALAZZO  MAGNANI  DI  REGGIO

E’ aperta fino al 20 ottobre al Palazzo Magnani di Reggio Emilia, sede delle mostre e manifestazioni culturali della Provincia, un’ampia mostra antologica di Pompilio Mandelli, che ha da poco compiuto 90 anni; poco lontano da Reggio, in comune di Scandiano, nel Castello di Arceto sono esposte le carte e le incisioni. E’ stato pubblicato,  presso l’editore Skira, un documentato catalogo che comprende una breve biografia a firma del nostro direttore Arrigo Quattrini, che qui riportiamo integralmente.  (R.M.)

 

 

Se 90 vi sembran tanti, beh, sappiate che i lavori sono in corso

 

Non solo in corso, ma in pieno costante e continuo svolgimento; dunque Pompilio Mandelli, classe 1912, vive per dipingere come dipinge per vivere: così è anche se non pare, e questa però è ancor oggi la sua etica.

Si vede che l’esercizio della pittura mantiene in forma, fa da scudo alla condizione biologica contro i possibili attacchi dell’età anagrafica: Mandelli porta i suoi novanta come un adulto in piena maturità ed attività porta i suoi enta o anta, diritto nel fisico, attento nella mente, vigile nel pensiero, curioso negli occhi come nei desideri ...

Nelle more della preparazione di questa mostra di Palazzo Magnani non si lascia sfuggire niente, vuol mantenere il timone a modo suo, mano ferma nel guanto di velluto; tiene i contatti con i collaboratori come il conduttore di un tiro a quattro le briglie dei suoi cavalli: è animato dalle tensioni, emozioni e impazienze di un giovane alla prima occasione importante, quella che potrebbe cambiargli il corso della vita ...  E pensare che poco tempo fa, di fronte all’ipotesi di un vagheggiato progetto in una sede solo un po’ lontana, sembrava schermirsi nel diniego,  “...tanto quel che è fatto è fatto !”, diceva, non sai se per vezzo o per consapevolezza del proprio àmbito attuale.

Mandelli è di Luzzara, provincia di Reggio nell’Emilia, anzi è nato nella frazione di Villarotta, un paesino della bassa, nel quale era arrivato il nonno materno per installarvi la sua farmacia: un nonno già nell’Ottocento laureato, dunque del massimo e allora raro livello di istruzione, capace di trasformare la farmacia inizialmente poco frequentata in un’attività artigianale di produzione agroindustriale fiorente e rinomata; l’altro nonno non era da meno, conduceva una fabbrichetta di cappelli di trucioli che arrivò ad avere ben ottanta dipendenti, fu cioè per quel paesino come la Fiat per Torino. Così, allo scolaretto Pompilio arrivarono tra le mani, oltre  ai quadernetti della cartoleria di paese, delle riproduzioni d’arte moderna provenienti anche dall’estero: su di esse, in casa, fu avviato, e fu avvio felice, all’esercizio della copia, anche dietro piccoli compensi ...

Dopo la scuola oggi detta dell’obbligo, che lo aveva comunque munito di una sorta di viatico per gli studi d’arte, lasciò la bassa reggiana e arrivò a Bologna ( che doveva essere allora un faro di luce non poco attraente ) nel 1928,  prima da solo, poi con la famiglia; e - come accade in tutte le migliori storie - al primo tentativo non fu ammesso al Liceo artistico, perchè carente nel disegno geometrico. Nel 1929 invece allo stesso Liceo vi ebbe uno degli incontri più importanti della sua vita, quello con l’allora supplente di disegno Giorgio Morandi: fu l’inizio di una relazione che si sarebbe variamente protratta nel tempo, lunga e diversa, da allievo di liceo a scolaro del corso di tecniche dell’incisione all’Accademia, quindi da collega insegnante nella stessa istituzione, ad amico sempre del “professore”, anche oltre e fuori l’ambito accademico: ammesso non senza qualche soggezione ad accompagnarlo ed ad ascoltarne le dosate confidenze, negli abituali percorsi sotto i portici bolognesi; e, con certe modalità, a frequentare anche la casa e lo studio della mitica via Fondazza ...

Un altro insegnante, questa volta di pittura all’Accademia, dispiegherà nella vita di Mandelli esiti di grande importanza: Virgilio Guidi, arrivato a Bologna da Venezia, ottenne subito una devozione ammirata dall’allievo e lo ricambiò con tanta stima da sceglierlo poi come assistente per ben 16 anni; Mandelli ne fu successore dal 1963, titolare della prestigiosa cattedra di pittura fino alla pensione nel 1978; ne seguì le orme anche dopo il rientro a Venezia, dove continuò ad andare a trovarlo frequentemente fino a poco prima della scomparsa ( gennaio 1984 ); e ancor oggi quasi con gelosia custodisce e ricostruisce la storia del suo insegnante e “Maestro”.

Il giovane Mandelli vive il primo decennio cittadino frequentando i compagni di studi ed i loro  ambienti, con altri coetanei studenti d’università o dell’accademia privata Regazzi, anche nei caffè che in certe ore del giorno e della sera diventavano centri animati di incontri culturali e politici con giovani e meno giovani, maestri, letterati, artisti o giornalisti di varie estrazioni e tendenze, anche “frondiste”, come si diceva nei confronti del regime dominante; nel 1936 compie il servizio militare frequentando la scuola allievi di Fano, quindi da ufficiale di Fanteria in Romagna, successivamente più volte richiamato.

Il 1939 è l’anno di un incontro casuale che subito dopo comincia a rivelarsi fondamentale per la sua vita: nei pressi della sede del GUF, cui tutti partecipavano per un motivo o per l’altro, un giovane pressappoco coetaneo gli si avvicinò un giorno per chiedergli dov’era l’Architrave, la sede cioè del periodico cui molti, e lo stesso Mandelli, collaboravano. “Ma certo, ecco ti faccio vedere, vieni...” e raggiunsero la stanza della redazione, dove il giovane sconosciuto lasciò un articolo su Binda, il ciclista leggendario; si parlarono quindi brevemente per una sorta di autopresentazione reciproca e quello, udendo il nome, “ah, sei Mandelli il pittore ? ... mi ricordo del tuo quadro La fornace...”.  “Ma tu ...?”  “Francesco Arcangeli” e si rividero quindi ad ascoltare, uno studente l’altro uditore, le lezioni di Roberto Longhi.  Era nata un’amicizia, meglio un sodalizio saldo e tenace che sarebbe durato tutta la vita e dura ancora nella memoria, ma anche nel modo di essere e di fare, di Mandelli: una sorta di relazione biunivoca, in cui il pittore è stato accompagnato dallo storico dell’arte, che ha svolto per lui la critica militante dall’inizio alla fine, per trent’anni; Mandelli ha ricambiato anno dopo anno, direi passo dopo passo, scritto dopo scritto, come un fratello appena maggiore, difendendo Arcangeli con affetto in un rapporto di stima profonda e di comprensione senza riserve, tanto nella vita pubblica che in quella privata ...  ( Si veda la serie integrale di tutti gli scritti, anche i più brevi, dedicati dal critico al pittore, raccolta opportunamente in questo catalogo)

Va ricordata una prova, in occasione della burrasca che Morandi suscitò quando ( primi anni ’60 ) lesse e rifiutò le bozze della prima parte del lavoro arcangeliano ( che solo dopo la scomparsa potè finalmente vedere la luce e rimane ancor oggi come il più importante e insuperato studio monografico ): nel quale, per così dire, si “scoprivano certi altarini”, le origini e matrici culturali cioè della pittura di Morandi ...  Mandelli, nella condivisa sofferenza di tutti tre e nel  progressivo allontanamento subìto da Morandi, prese le difese dell’amico Arcangeli, che si dibatteva tra cupe incertezze e l’amarezza cocente di quell’immeritato ostracismo ...

Fatta la guerra in fanteria, all’inizio della quale aveva perduto un fratello, affondato col suo sommergibile, Mandelli riguadagnò Bologna. Si ributtò nell’ambiente della pittura a tempo pieno e con tutta energia, debuttando con la prima personale nel 1946 alla Galleria di Cronache, che per quasi due anni lo vide anche organizzatore culturale e allestitore materiale, insieme al gruppetto dei compagni scultori e pittori. 

Nel 1947, gli inizi della ricostruzione sono accompagnati dalle grandi discussioni e divisioni nel mondo dell’arte e della cultura postbelliche: si pensi per esempio alle dispute italiane del Gruppo di Forma 1,  animato da un giovane di talento polemico ( oltre che pittorico ) come Dorazio, che si oppone e accapiglia con Guttuso ( e Togliatti ), fautore del neo-realismo; o in Europa alla costituzione del gruppo Cobra, che associa nella comune novità d’ispirazione alcuni artisti di varie nazionalità fra Paesi Bassi e Danimarca.  Mandelli, insegnante e pittore, compie un viaggio a Parigi, assiste e partecipa alle discussioni, maturando però una scelta autonoma e coscientemente propria, una via indipendente anche rispetto all’ambiente bolognese, sorretta dall’acume critico e storico di Arcangeli.

La Biennale di Venezia, con la sua già lunga storia, è una manifestazione molto importante e autorevole nel mondo artistico e culturale; nel dopoguerra le edizioni che si susseguono sono non un, ma il punto di riferimento per tutto il pianeta dell’arte: approdare con i propri lavori alla Biennale vuol dire in quel periodo avere un attestato di promozione da pittore, anche se già famoso, ad artista, ottenere dunque quella consacrazione, internazionalmente riconosciuta.  Mandelli vi era arrivato la prima volta già nel 1936, quindi nel 1940; vi torna alla xxiv edizione, nel 1948, con tre lavori; vi ritornerà ancora nella successiva del 1950, nel 1952 con nove dipinti presentati da Arcangeli e nel 1954. Poi in due successive edizioni diverse ma rilevantissime:  nell’anno 1956, con una sala personale di ben 15 dipinti, sempre presentato dall’amico critico bolognese, anno cruciale e crudele per tanti, durante il quale i drammi che lacerano l’Europa lacerano anche i pensieri e Mandelli abbandona il Circolo di Cultura, cui aveva prestato per cinque anni la sua operosa esperienza; nel 1962, con un’ampia sala personale e, questa volta, la presentazione di Calvesi: è l’anno in cui nella sala di Mandelli, non apprezzato appieno, anche per le dominanti polemiche sui premiati Capogrossi e Morlotti, si intrattiene a lungo con interesse per le figure di quell’artista italiano forse a lui sconosciuto, un visitatore speciale: uno scultore svizzero già noto per la forza dei suoi lavori e del carattere, che a sua volta espone alla stessa Biennale un gruppo di figure femminili, Les femmes de Venise: è Alberto Giacometti, figlio di una famiglia di artisti e di una cultura svizzera che egli è già riuscito ad elevare ad europea.

Mandelli sarà alla Biennale anche nel 1972, con la sala più grande e conclusiva, in quell’edizione discussa e divisa fra Opera e comportamento, seguente le contestazioni studentesche della fine anni ’60: le stesse che lo avevano fatto rapidamente recedere dalla direzione dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, cui pure era stato chiamato da espressioni generalizzate di stima e fiducia.

Mandelli è dunque un “artista” a tutto tondo, il cui mondo poetico Arcangeli definitivamente  elegge come “Ultimo naturalismo”, inquadrandone i maggiori esponenti e artefici  nelle “tre Emme” di Mandelli, Morlotti e Moreni, forse non a caso tutti di estrazione e cultura padane.   Mandelli, da giovane attratto da Spadini, da adulto ha subìto coscientemente il fascino di Wols, sul quale ha riflettuto dopo averne visto due mostre all’estero.

Al giro di boa dei sessanta, ha già partecipato inoltre a numerose Quadriennali di Roma, a mostre internazionali in Italia e all’estero, a varie edizioni di premi nazionali di pittura anche più importanti del regionale Morgan’s Paint;  ha come compagni di strada, oltre ai colleghi artisti, diverse personalità della cultura, tra le quali, nel filone morandiano, Giuseppe Raimondi, Cesare Gnudi, Carlo Volpe, Gian Carlo Cavalli, Roberto Tassi.

Dopo alcune crisi depressive, durante le quali Mandelli si prodiga con preoccupata partecipazione per alleviare le pene dell’amico, Francesco Arcangeli muore disgraziatamente nel 1974, non ancora sessantenne e capace ancora di contributi nuovi all’arte moderna e all’insegnamento universitario.

La morte dell’amico tronca una relazione appassionata e vitale e, come diversamente dieci anni prima quella di Morandi, muta il contesto abituale di Mandelli, che ha tuttavia assimilato la duplice lezione senza tentennamenti e resta legato alla pittura come costume di vita, esercitato con quotidiana metodica applicazione.

L’amico “Momi” ( Arcangeli, per gli intimi ) rimane vivo in Mandelli, che nelle successive mostre lo ricorda anche con scritti, a Bologna nel ’75, come a Reggio l’anno dopo; la vita dell’artista è scandita dal ritmo quotidiano del lavoro in studio, nella continua conferma delle sue scelte.  Nel ’78 riceve la medaglia d’oro di benemerito della Scuola della Cultura e dell’Arte; “mai impaziente di successo”, come aveva scritto Arcangeli, affronta il tema del “valore” dell’arte con coerente lucidità ed intatta fiducia nel futuro; nel 1982 è eletto Accademico nazionale di San Luca; la sua personalità spicca nelle mostre sue come nelle rassegne collettive dedicate da più parti all’Ultimo Naturalismo, che già ha fatto scuola; affronta e supera più volte il tema delle Scogliere di Liguria; si susseguono le sue ormai “antologiche”, come nel 1988 alla Sede didattica della Pinacoteca Nazionale di Bologna; si pubblicano “monografie” più che cataloghi. Socio da  lungo tempo dell’Accademia Clementina, ed anche, come ora, vicepresidente, collabora alla pubblicazione dei periodici volumi di Atti e memorie con testi densi e appassionati di approfondimento storico.

Gli anni ’90 vedono Mandelli riprendere con fresco entusiasmo e giovanile lena il tema della figura: intendendo per figura, esclusivamente e miratamente quella femminile, come del resto in passato; dice che è stato letteralmente conquistato, vedendo, dall’alto di una finestra, una sfilata di modelle in un atelier vicino; non si fa fatica a credergli, anzi: chi ha l’avventura di accompagnarlo nel tardo pomeriggio estivo sotto i portici della città, può certificare che i suoi occhi sempre mobili non si lasciano sfuggire facilmente un incedere da 'top-model', termine di un lessico nuovo che non gli dispiace. E’ il tema delle Mannequin, dunque, che lo impegna negli ultimi anni e ancora negli ultimi giorni ed è una fase che - ha detto un giorno - “va verso la libertà”.  I primi grandi lavori su questo tema si vedono già nella bella mostra ( l’ultima importante antologica che ha preceduto questa di Palazzo Magnani ), curata da Pier Giovanni Castagnoli, che Bologna allestisce nel centralissimo Palazzo del Podestà nel '95, purtroppo proprio nel pieno dell'estate.

Nel 1992 ha ottenuto il Nettuno d’Oro, onorificenza conferita annualmente dalla Città, che premia un percorso svolto tutto interno a Bologna, ma di respiro e valore ben più ampi.  Nello stesso anno è uscito il suo volume di racconti “Via delle Belle Arti”, testimonianza autobiografica che fissa la memoria, la storia, la poetica; tributo di devozione a quel mondo che lo ha alimentato e cresciuto, inciso da Morandi, Arcangeli, Guidi e dai tanti altri compagni di quello che è ormai un lungo cammino.

Fra una mostra e l’altra, cui è sempre attento, anche nei piccoli particolari, nel 2001 riceve il premio internazionale intitolato a Guglielmo Marconi, dopo Max Bill, Veronesi, Minguzzi, Tadini ed alcuni altri. Lavora ad una edizione riveduta e molto ampliata dell’ormai introvabile “Via delle Belle Arti”, che dovrebbe uscire ed esser presentata proprio durante lo svolgersi di questa mostra.

Siamo ad oggi: i lavori sono in corso.

Bologna,  agosto 2002

(a.q.)