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Beni culturali

Ma dove si guadagna, i privati ci sono già

 

Il Ministero competente ha annunciato di voler affidare i beni culturali ai privati (!!??). E ha inserito il suo bel programma nella finanziaria in corso d’approvazione.  Recita il Governo che vuole affidare “l’intera gestione del servizio concernente la fruizione pubblica”, per ottenere  - almeno si spera - il “concorso al perseguimento delle finalità di valorizzazione”...(sic!)  Ma perché i due ministri Urbani e Tremonti non hanno pensato bene di fare una bella cartolarizzazione anche su questi beni di tanto valore, come sugli immobili ad uso abitazione o uffici, di cui da tempo si annunciano le vendite, che però poi non si vedono mai ?

Già con l’applicazione della legge Ronchey  i privati avevano avuto la possibilità di prendere in appalto diversi servizi al pubblico in musei pinacoteche gallerie e siti storico-artistici, ovviamente pubblici, sembra con ben oltre 100 contratti (e chissà quante revisioni). C’è un gran bisogno di far soldi da parte del “pubblico”- leggi Governo, e ci sono d’altra parte molti soldi “privati”. Bene. E c’è qualcuno che vuol fare della beneficenza, mettendo soldi “per la cultura”?  Di queste tre paroline molti e forse troppi si riempiono spesso la bocca, ma quando si arriva a stringere, al momento di far staccare un assegno, ben che vada chiedono tutti una pausa di riflessione e vogliono precisare quale e come sarà - al minimo - il ritorno d’immagine, quanti visitatori o spettatori si ritroveranno davanti agli occhi o fra le mani il loro “logo”...: è normale, funziona così e legittimamente !

Giulia Maria Mozzoni Crespi, presidente del FAI, scrivendo sulla Domenica del Sole 24 Ore del 18 novembre scorso,  titola un suo surrettiziamente accorato e inutilmente didattico Contrappunto “Ma coi musei non si guadagna” e dice “...è bene ricordare che oggi un privato com’è il Fai (anche se il Fai, Signora, è un privato un po’ particolare, ndr) che desideri tutelare un bene dello Stato (vale a dire restaurarlo, aprirlo al pubblico e gestirlo) può già farlo con le leggi vigenti.” Poi: “Non vedo francamente come un singolo imprenditore possa prendere in gestione un bene culturale e lucrarci sopra”. E in chiusura “Bisogna dunque tenere sempre presente che i Beni culturali e quelli Paesaggistici (sic!), anche se ben gestiti, non possono di per sé rendere, ma possono però rendere come indotto della zona e del turismo in generale.”(letterale!)

Eh no, Signora, la cultura, come anche l’istruzione (si parla molto anche di finanziamenti pubblici

alle scuole private) rendono molto ma molto di più di un qualsivoglia alto lucro d’impresa, e quel rendimento non dipende da andamenti congiunturali, anzi è l’unico strutturale. Dipende però dagli investimenti che si fanno in quegli ambiti e prima, per scegliere in quella direzione, bisogna crederci e mostrare esplicitamente di crederci. Si tratta quindi di politica e una simile politica possono farla dei governanti  lungimiranti e - va da sé – effettivamente progressisti: nella storia della nostra Repubblica non è mai successo, neppure al migliore dei nostri governi, quello di Prodi, che nominò come vicepresidente il ministro dei beni culturali solo per ragioni di equilibrio cencelliano.

Il problema sta tutto nella considerazione che un governo decide di avere per l’istruzione e per la cultura: l’attuale come gli ultimi Governi hanno dato l’impressione di sopportarle come costi improduttivi; mentre al contrario dovrebbero essere privilegiate dalla destinazione dei maggiori investimenti - specie in un Paese come il nostro che detiene quel patrimonio immenso di beni culturali che neppure compiutamente conosciamo – proprio perché intese come funzione primaria della  crescita civile complessiva della società.

Un esempio, attinto ancora  dallo stesso quotidiano Il Sole 24 Ore, che ha pubblicato il 26 dello stesso mese uno dei suoi apprezzati “Rapporti” (dorsi autonomi tematici) dedicato interamente – non è il primo – ai Beni Culturali. Ricco di molti e anche autorevoli interventi, - segnaliamo un consuntivo attuale sull’esperienza della legge Ronchey; la questione dei rapporti fra centro e regioni, la devolution con l’avvento dei soprintendenti regionali; il tema sempre aperto della de-fiscalità, quello dei contributi Ue; i corsi e master universitari in materia – il numero propone un articolo-inchiesta di Mariano Maugeri dal titolo illuminante: “Pompei, anatomia di uno scempio”.

A Pompei, dicono i custodi, dirigono tutto due professo’: uno è il Soprintendente, e l’altro, voluto dall’allora ministro Veltroni, è il City manager, trasferitovi all’improvviso dall’Emilia.

Udite udite come la pensa il custode Gennaro I tempi sono cambiati, ma le buste camminano sempre. (...)E poi sta crollando tutto (...) Chi dobbiamo ringraziare, i professo’ ? In paese rimpiangono la cosiddetta Prima Repubblica “Almeno mangiavamo tutti”, perché non riescono a spolpare i cinque milioni di turisti e pellegrini che passano ogni anno. La biglietteria appaltata all’esterno ha portato l’incasso da  18 a  27 miliardi, ma sulla precedente gestione dei custodi c’è un’inchiesta aperta ... dotto’, vorrei lavorare alla biglietteria...sapete che mi devo sposare...

Recuperate quel numero, vale la pena leggere l’articolo integralmente. 

 

Arrigo Quattrini