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La politica della cultura senza bussola 

Lo stato dell’arte a Bologna

 

Il Museo Morandi attende gli eventi, dopo le dimissioni della responsabile Marilena Pasquali che ha scritto al sindaco le sue dimissioni dall’amministrazione comunale; alla Galleria si è chiusa la retrospettiva dedicata a Sergio Romiti, curata da Nino Castagnoli, poco frequentata là in quel contenitore un po’ improprio, ma molto ben accolta e segnalata dalla stampa; è ora arrivata “La natura della natura morta”, prima vera mostra (da vedere) del direttore Peter Weiermair, molto proiettato nel frattempo sulla fotografia.

L’autunno ha portato una nuova tornata di polemiche sulla collocazione della Gam (l’acronimo sta precisamente  per Galleria comunale d’arte moderna) e questa volta sono usciti anche rumori tendenti - o contrari - allo spostamento del Museo Morandi, per “accorparlo” anche fisicamente alla Gam, visto che le dimissioni e tutto il relativo contorno ruotano intorno al dilemma: il Morandi deve diventare autonomo, con una sua direzione ecc., oppure deve rimanere una sezione funzionale della Gam ?  Sul punto si sono ripresentati gli schieramenti del passato, con l’aggiunta del nuovo direttore Weiermair deciso a tenere il Museo in seno alla Galleria, forse favorevole o solo disponibile al suo spostamento in futuro nell’ambito del distretto culturale dell’ex Manifattura Tabacchi, dove già si trovano la Cumunicazione e alcuni laboratori universitari del Dams e la Cineteca comunale con la sua Biblioteca, in attesa dell’arrivo, confermato senza entusiasmo, della nuova sede Gam, finalmente intra moenia.

Vale la pena di riassumere brevemente la storia del Museo Morandi.

Nato nel ’91 dalla donazione della sorella Maria Teresa, fu innestato sull’allora Archivio-centro studi, sezione - per così dire - della Galleria d’arte moderna G. Morandi, com’era in quel tempo intitolata; del patrimonio morandiano allora presente, una parte numericamente cospicua di oli derivava dall’acquisto della collezione Ingrao, giudicato discutibile sotto vari punti di vista, quando fu deciso durante una campagna elettorale amministrativa dall’assessore alla cultura Sandra Soster.  La donazione della sorella dell’artista - la quale confermò poi nel ’93 anche a chi scrive che l’unica condizione da lei posta era stata quella temporale, dell’apertura del Museo entro 24 mesi - fu un vero blitz del sindaco Imbeni e della Pasquali, dal quale furono esclusi l’assessore Sinisi ed il direttore Castagnoli, come fu una sorpresa discussa la decisione di collocarlo in Palazzo d’Accursio.

Anche la storia dello studio dell’artista, lasciato integro anche dopo che le sorelle avevano abbandonato l’appartamento di via Fondazza, merita di essere brevemente ripercorsa: entrato nel “pacchetto” dell’atto notarile del ‘91, la sorella vi indicò Carlo Zucchini quale “verificatore” dell’adempimento degli oneri derivanti dalla donazione, con la responsabilità esplicita di seguire la “ fedele ricostruzione” dello studio trasferito nel Museo: qualifica che Zucchini dovrebbe avere automaticamente perduta, visto che nello studio ricostruito si entra dalla finestra...

L’appartamento di via Fondazza fu poi pazientemente offerto al Comune (giunte Vitali) a prezzo ragionevole, quindi venduto a terzi, che vi iniziarono lavori di ampia ristrutturazione, interrotta soltanto dall’intimazione del soprintendente per i beni ambientali ed architettonici Garzillo, che pose il vincolo; finalmente acquisito – dunque si potrebbe dire obtorto collo - dal Comune, è attualmente in attesa di una destinazione certa, intorno alla quale com’è tradizione non mancano nel 2001 nuove discussioni.

L’autonomia del Museo dalla Gam è oggetto di attenzioni anche in ambito nazionale e non da oggi: che un’istituzione d’arte moderna viva e funzionante non possa contare sul suo più importante e scambiabile patrimonio, appare a tutte le persone più avvedute e ragionevoli un’assurdità; senza dire poi degli addetti ai lavori più stimati, anche stranieri, che portano un esempio ormai “storico”: a Berna il museo d’arte ha come sua sezione la Fondazione Klee, grande istituzione che ha sempre funzionato egregiamente e che si appresta tra l’altro ad avere tra breve una nuova sede, dovuta al progetto di Renzo Piano. Piuttosto anche per il Morandi si potrebbe pensare seriamente ad una Fondazione mista, cioè con più soggetti pubblici e forse privati, come oggi è possibile e da qualcuno auspicato:  potrebbe, sempre nell’ambito Gam, avere maggiori possibilità di iniziative, tra le quali, per esempio, la vendita-scambio di alcune tele non rilevanti e “doppie”, con altre di periodi e soggetti che mancano...

Sulla gestione di questi quasi otto anni e su alcuni aspetti collaterali come il Cocom, comitato che controlla l’autenticità delle opere morandiane non catalogate, forse sarebbe bene aprire un capitolo a parte e con urgenza.

Intorno alla Gam ed al Museo sono poi riemerse le diatribe sul numero dei visitatori, in relazione alla collocazione: la coperta davvero striminzita è tirata da tutte le parti, coprendo di volta in volta solo un angolino dell’operato e della posizione di questo o di quello.  Non stupisce che ciascuno tiri l’acqua al suo mulino, come fanno abitualmente esponenti vari della cultura, delle amministrazioni locali e della politica. Bisogna però dire a chiare lettere una cosa: il fuoco fatuo di un evento mondano, sia esso un’inaugurazione o una festa di compleanno, pur benvenuto, non può esser gabellato per un cambiamento di tendenza in aumento dei visitatori della Galleria in quella sede, visto che un indice come la biglietteria langue fino all’inutilità totale: è triste, ma bisogna prenderne atto e percorrere con umiltà tutte le vie possibili, una delle quali è l’entrata della Gam dentro le mura, da cui ripartire con considerazioni e progetti nuovi, come  il cambiamento dello statuto dell’Istituzione. Beninteso il problema è ben più ampio ed attiene in generale la considerazione che la classe politica ad ogni livello vuole avere per la cultura.

Per fare un esempio: l’Assessorato comunale alla cultura perde da qualche tempo pezzi di programmi, di boudget e di addetti, è ridotto ormai al lumicino: sembra considerare disgraziatamente e maggiormente la cultura come costo improduttivo, di fatto mal sopportato e dunque ridimensionato per primo in ogni occasione.

Mala tempora currunt, ma non c’è altro, il futuro promette soltanto e ancora il peggio.

 

Arrigo Quattrini