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La scomparsa di Eduardo Chillida

 

Intorno al 20 agosto scorso è morto Edurado Chillida, uno delle massime espressioni della scultura, dell’arte e della cultura del XX° secolo. Era malato da tempo, e da alcune settimane era stato ricoverato in ospedale. La malattia si era potuta già intuire nel 1999, durante la festa del “Chillida Leku”, il parco intorno alla sua residenza che aveva “arredato” con diverse sue sculture per far vivere la sua “fondazione”, inaugurata fin dal 1984.

“Un pezzo di ferro è in se stesso un’idea, un oggetto possente e inflessibile” e una volta piegato dalla mente che guida le mani “nulla può separare lo spazio dalla forza che lo circoscrive”, aveva scritto una volta Chillida: così ha fatto scultura per tutta la vita, usando tutti i materiali, trasformandoli in monumenti. Anche la carta ha avuto per lui una funzione importante, non solo perché è stato anche un appassionato e validissimo incisore in tutte le tecniche, ma anche perché l’ha usata per le sue “Gravitaciones”, che potremmo definire sculture piatte, da appendere a parete con una cordicella.

A Venezia, nel 1990, durante l’allestimento della mostra a Cà Pesaro ci aveva parlato dell’importanza del “tre” in tutto il suo lavoro, senza peraltro svelarcene esplicitamente il significato; forse le tre dimensioni,  forse ... il vuoto, il pieno, lo spazio ...

Eduardo Chillida Jantegui era basco, nato a San Sebastiano all’inizio del 1924; e sostenitore dei valori del suo paese e dell’indipendenza del Paese Basco è stato poi per tutta la vita. Da ragazzo fu avviato a buone scuole, interessi di musica e studi d’architettura, questi ultimi certo intriganti per le sue scelte successive e per la maturazione del suo lavoro, della sua arte. Studiò disegno privatamente e nel 1948 a Parigi decise che la sua strada sarebbe stata definitivamente quella della scultura; l’anno dopo era già al Salon de Mai.

Nel ’54 ottenne il diploma d’onore alla Triennale di Milano e la prima personale a Madrid; nel 1956 la personale alla Galleria Maeght di Parigi lo lanciò nel circuito mercantile internazionale. Nel ’58 alla Biennale di Venezia ottenne il massimo, il gran premio per la scultura, ed ebbe mostre personali al Guggenheim di New York e a Chicago. Nel ’60 vinse il premio Kandinsky, nel ’62 la personale alla Kunshalle di Basilea, di cui nel cortile resta permanente memoria storica; nel 1964 ebbe il gran premio a Pittsburg. Lavorò praticamente tutti i materiali, dal ferro al legno, dal ‘65 l’alabastro; nel ’68 fu a Kassel e vide collocare a Parigi una scultura in acciaio presso la sede dell’Unesco, come nel ’70 alla Banca Mondiale di Washington...

Aveva preso ad incidere all’acquaforte, e ovunque nelle mostre i fogli, rigorosamente in bianco e nero, erano assidui complementi delle sculture trasportabili... Nel 1972 Madrid gli dedicò la prima retrospettiva; nel ’74 terminò la seconda grande opera in cemento armato; dieci anni dopo a Parigi ricevette il Grand Prix National des Arts del Governo Francese.  Mentre si susseguivano le sue mostre nel mondo, lavorava al monumento a Guernica, inaugurato nel 1988, cinquantenario del bombardamento della città: volle che fosse intitolato in lingua basca. Nel ’90 Venezia gli dedicò l’omaggio a Cà Pesaro, in ricordo del premio di più di trent’anni prima. Aveva già avuto una grande retrospettiva a Bilbao, nel recente grande e spettacolare edificio dell’architetto Gehry, contenitore del Guggenheim Museum.

Chillida è uno di quei grandi che lasciano un segno indelebilmente inciso nella cultura del nostro tempo: che in un futuro, speriamo senza interruzioni, lentamente ma  progressivamente, farà crescere il grado di coscienza dell’umanità.

 

(a.q.)