Carte d'arte on-line (www.cartedarte.it) - 020203

 

La litografia, questa calunniata

 

Recenti cronache giudiziarie hanno portato ad esternazioni estemporanee quanto confuse, per giunta mega amplificate da dichiarazioni in rubriche e programmi radio e televisivi molto seguiti, tendenti ad alzare una cortina fumogena, dietro la quale fare,  pro domo propria, di ogni erba un fascio: ci riferiamo alla litografia, quella del mondo dell’arte moderna, liquidata surrettiziamente come falso di per sé, in quanto riproduzione in tante copie.

La litografia, in generale, ha poco più di due secoli di vita, essendo stata usata come tecnica di stampa per le prime volte intorno al 1796, ad opera del suo inventore, nato a Praga nel 1771, operante a Monaco di Baviera, di nome Aloys Senefelder. Da allora, sempre basata sul contrasto tra permeabilità e impermeabilità, sull’incompatibilità tra sostanze grasse ed acquose, tale tecnica ha avuto molteplici usi e vari stadi evolutivi, tanto che ai nostri giorni si usa la sua versione  industriale più tecnologizzata per stampare giornali, periodici, libri e ancora manifesti, scatole, contenitori vari e via elencando: così, molti stabilimenti oggi si chiamano litografica X, tipolito Y o litostampa Z.

Tuttavia la litografia è stata fin dall’origine ed è ancora oggi uno dei mezzi con cui “fare arte”, uno dei modi per allargare la cerchia degli appassionati e cultori ed anche dei fruitori finali. Dalla sua comparsa infatti molti artisti più o meno noti, ma anche molto  famosi, hanno usato questa tecnica: fogli sempre più rari ed apprezzati, nel tempo hanno acquisito valore fra i mercanti, stima riconosciuta e testimoniata tra gli storici dell’arte e i critici. Il più popolare artista che ha dato grande lustro alla litografia nell’800 è stato certo Honoré Daumier, anche se prima di lui due pittori come Géricault e Delacroix ne sono stati grandi interpreti; vennero poi, sempre tra i più famosi, Manet e Degas, quindi Cézanne, padre dell’arte moderna, com’è visto in una mostra in questo periodo a Roma; sempre in ordine cronologico, Renoir e Redon, uno come Gauguin e quindi Toulouse-Lautrec, nome noto all’orecchio di molti non addetti; Bonnard,  Signac e Vuillard  alla fine del secolo;  nel ‘900 possiamo citare nomi ormai consacrati come Munch, Nolde e Kirchner, poi due calibri come Kandinsky e Klee, quindi Matisse e Braque, più di Picasso, nell’ultimo dopoguerra; per stare da noi citeremo ad esempio Severini ed il primo De Chirico, Campigli e l’ultimo Casorati, Viviani, Marino Marini, autore di litografie che sono vere “sculture in piano”, come anche quelle di altri grandi scultori del XX secolo, per esempio Arp, Giacometti o Moore.

L’elenco di chi fa litografia d’arte ancora oggi in ogni parte del mondo sarebbe lunghissimo ed è comunque impossibile.  E se la cava principale in Baviera è chiusa, ci sono pietre sparse ovunque, nuove di quella e d’altre provenienze, vecchie e già più volte usate e “cancellate” e lisciate e riutilizzabili: proprio come la superficie di una lavagna percorsa e ripercorsa tante volte da pezzetti di gesso di varia foggia e dimensione...  Poi al di là dell’etimologia, oggi si usa spesso una lastra di zinco, sulla quale si procede allo stesso modo: la parte disegnata, grassa, trattiene l’inchiostro per cederlo poi al foglio, il resto no. Sarà poi l’abilità dello stampatore a determinare l’esito finale della litografia: dipenderà dalla sua sensibilità e bravura, dalla sintonia con l’autore, nelle diverse fasi di lavorazione: il tipo e la  quantità di inchiostro usato, la pulizia della parte circostante, la diversa  pressione del torchio, il diverso grado di umidità del foglio... e se si tratta di un lavoro a più colori, lo stesso foglio dovrà  passare con precisione su tante pietre quanti sono i colori dell’immagine finale...

Dopo vari tentativi e prove, si – attenzione! - produce un certo numero di esemplari, cioè la tiratura: certo non perfettamente identici, visto il procedimento che diremo tradizionale, ma uguali per le generali e soprattutto tutti ugualmente originali, nient’affatto riproduzioni... Le riproduzioni, quelle sì, in qualsiasi modo ottenute, sono copie, come tali ovviamente non originali...

La litografia è comunemente considerata la capostipite per antonomasia delle incisioni dette in piano, perchè la superficie usata non viene scavata; mentre l’acquaforte è parallelamente la capostipite delle incisioni dette in cavo, generalmente su lastra metallica, scavata in questo caso con un mordente chimico; insieme ad altre, scavate direttamente, come la puntasecca, o il punzone, oggi meno frequentemente usato.

In un importante catalogo, rimasto fondamentale in Italia, edito nel 1968 per la mostra “L’incisione europea dal XV al XX secolo” ( a cura di L. Mallè e F. Sasamon), che si tenne alla Galleria Civica d’Arte Moderna di Torino in quell’anno, si trova scritto: “Prevale l’uso, come in Francia del resto, di chiamare incisione (gravure) la stampa, anche quando trattasi di litografia, tecnica in piano, per evitare la confusione con la parola <<stampa>> usata anche per i giornali, i manifesti pubblicitari, i francobolli, le banconote, ecc. che nulla hanno a che vedere con l’incisione d’arte.”

Trent’anni dopo, un maestro della Scuola di Urbino come Renato Bruscaglia, grande acquafortista, e tuttavia maestro ed insegnante di tutte le tecniche tradizionali, nelle more della preparazione di una sua antologica svoltasi poi postuma nel 2000 a Pesaro e Urbino, aveva definitivamente deciso per la dizione di “stampe originali d’arte”, così scrivendo: “...la stampa industriale, per meglio intenderci quella di riproduzione fotomeccanica e stampa rotativa e la stampa originale d’arte non possono, nè a mio parere dovrebbero essere ingenuamente o furbescamente assimilate - come fanno con disinvoltura anche quando in buona fede, alcuni artigiani corniciai in gran vena di profitto utilizzando affiches d’ogni genere e provenienza...- poichè i due ben connotati “prodotti” sono solo vagamente apparentabili per qualche analogia di discendenza tecnica”. 

Consentiteci una divagazione tra arte e cucina: un appassionato gastronomo non confonderà mai l’Aceto Balsamico Tradizionale di Modena - il raro ABTM, vecchio o stravecchio - con i tanti tipi di aceto balsamico, ancorchè detti di Modena, di produzione industrale e ovunque trovabili...

In conclusione, un’occhiata al mercato. “Se devo spendere 5 milioni per una litografia, allora compro un quadro !”, si sentiva spesso dire ai tempi (recenti) della lira..., ma anche un manifesto incorniciato è un quadro... Ci si intendeva e intende  riferire, forse con più precisione, ad un’opera unica ad olio;  ognuno è libero, ci mancherebbe altro, di spendere i (possibilmente suoi) soldi come più gli piace: tuttavia se una litografia originale dell’artista X vale seriamente 5, un unico ad olio dello stesso X  in media non vale meno di 100... Certo oggi ci sono litografie originali da tutti i prezzi, dipende soprattutto da quanto è popolare e richiesto l’autore; ma, per esempio, continuano ad esserci sia collezionisti o amatori, che dirigenti di musei che si contendono una certa litografia di Matisse (tirata a 50 esemplari e forse anche di più) sempre sopra i 100.000 Euro...

Raggiungono le pagine dei quotidiani soltanto i picchi eclatanti delle aste internazionali: ricordando la cronaca di quel mondo, ecco due prezzi fatti: uno in Italia, dove un’acquaforte di Giorgio Morandi, una della sue più importanti, da una delle lastre maggiori, nella stagione 1990/91 raggiunse circa 170 milioni di lire; uno internazionale, di qualche anno più tardi, riferito ad un’acquaforte del 1937 di Pablo Picasso, che raggiunse la cifra di un milione di dollari, equivalenti al cambio del momento a 2 miliardi tondi tondi di lire, all’uscita della sala d’aste di New York.

Così è, anche se qualcuno sostiene un’apparenza diversa.

 

(a.q.)