Carte d'arte on-line (www.cartedarte.it) - 020110

 

Il fondo di Federico Stame

 

La cultura delle regole

 

Il testo che segue ripropone l’intervento pronunciato da Federico Stame, che ringraziamo, in Piazza Santo Stefano a Bologna  il pomeriggio del 20 febbraio 2002.

 

Le manifestazioni che in questi giorni si susseguono, quasi con ritmo frenetico, in tutta Italia, sono certo provocate dal giusto timore che questo governo, oltre il pessimo già fatto in materia di giustizia, si spinga ancor più avanti in un disegno organico teso a ridimensionare in modo sostanziale la funzione della giurisdizione in Italia. 

Ma rivelano qualcosa di più. Non a caso esse coincidono e coesistono con altre forme di mobilitazione sui temi della politica generale, sulla necessità che le forze democratiche riprendano l'iniziativa e intensifichino la lotta contro il disegno strategico che ormai emerge chiaramente come proprio di questa maggioranza. 

Il fatto è che il problema della difesa della giurisdizione e della efficacia del controllo di legalità è problema che attiene alla sostanza della democrazia politica, alla sua natura più intima. Ed è questa anche la ragione per cui il dibattito sulla autonomia e sulla indipendenza della magistratura esce dalla ristretta cerchia delle élites e delle minoranze culturali e diviene argomento della sfera pubblica. 

Ciò di cui stiamo parlando non è la difesa di un potere, comunque decisivo nell'equilibrio costituzionale. Stiamo parlando in effetti del futuro e del destino della qualità della nostra democrazia politica. 

Questo non è un bel segno. Non lo è nel senso che in una democrazia funzionante la dialettica politica tra maggioranza e opposizione non dovrebbe investire le regole fondamentali che sopraintendono alla vita civile, che sono la cornice dentro la quale dovrebbe svolgersi il confronto politico. 

Quando questo avviene, quando il conflitto, che è naturale in un sistema politico basato sul pluralismo e sulla istituzionalizzazione di questo conflitto, si estende alle regole fondamentali che devono appunto regolare tale conflitto, allora la cosa è molto più grave perché quello che viene in discussione è la costituzione intesa non solo come documento scritto superiore, dal punto di vista giuridico, alla ordinaria volontà del legislatore ordinario, ma viene messa in discussione la costituzione come patto fondamentale e fondativo di una comunità politica, destinato nel futuro a regolarne la dialettica, il confronto, le tutele, le garanzie di libertà. 

La posta in gioco è questa. 

Oltre a manifestare solidarietà alla magistratura che sta difendendo la trincea della legalità e la supremazia della legge, occorre che dalle iniziative come questa, dalle forme di mobilitazione e di sensibilizzazione che è auspicabile seguiranno, emerga una sensibilità più precisa, sensibilità che purtroppo, e non è piacevole ricordarlo, le forze democratiche non hanno voluto o saputo sufficientemente evidenziare nel recente passato. E cioè che è in atti oggi in Italia un tentativo organico di modificazione sostanziale dei termini della nostra civiltà giuridica e politica, e che tende a fare della legalità e della legge una variabile a disposizione della maggioranza politica. 

Non sto qui ad elencare, per non annoiarvi, e poiché a voi sono tutti noti, i provvedimenti che questo governo e questa maggioranza hanno adottato in questi mesi, uno più indecente dell'altro, e tutti tesi a favorire dal Capo del governo in giù per li rami i suoi più affezionati collaboratori e dipendenti. 

L'effetto devastante, oltre a quello ad personam, si espande su tutto l'ordinamento poiché modifica radicalmente la linea di demarcazione tra legalità e ambito della discrezionalità politica. 

Il che significa mettere in discussione il carattere costituzionale della nostra democrazia politica e trasformarlo in un regime di dittatura della maggioranza. 

L'esempio più lampante è la proposta, o tentativo, di demandare al Parlamento, cioè l'organo espressione della maggioranza politica, il diritto di formulare i criteri entro cui debba muoversi la giurisdizione nell'esercitare l'azione penale. 

E' una aberrazione: la maggioranza politica stabilisce da sé stessa come e dove debba essere controllata.  

La democrazia politica moderna è fondata non tanto e non solo sul principio della separazione dei poteri quanto sulla superiorità della costituzione sulla maggioranza politica. 

Questo è il risultato di due secoli di perfezionamento del sistema costituzionale e liberale; esso ha portato ad un frazionamento della sovranità politica fra i vari organi dello stato. 

Non è vero che il Parlamento è sovrano. Il Parlamento esercita quella funzione di sovranità che consiste nel fare le leggi. Però, 1. le leggi del Parlamento sono sottoposte al controllo di legittimità della Corte Costituzionale; 2. se il Parlamento delimita l'intervento e il controllo di legalità affidato alla giurisdizione invade un campo che non gli è proprio ed usurpa una funzione che la Costituzione assegna ad altro potere, quello giudiziario. 

Si scontrato qui due concezioni radicalmente opposte: 1. quella di questa maggioranza politica che tende a sottoporre al principio di maggioranza anche gli strumenti di controllo; 2. quello costituzionale - liberale che invece sostiene che le garanzie di libertà e legalità vanno rafforzate specialmente dopo l'introduzione del sistema elettorale maggioritario che concede all'esecutivo e alla maggioranza praticamente libertà assoluta di movimento. 

E' una situazione assurda poiché è opinione largamente condivisa che con l'introduzione del sistema maggioritario i controlli di legalità dovrebbero aumentare piuttosto che diminuire, l'autonomia degli organi di controllo dovrebbe essere rafforzata, le autorità di garanzia dovrebbero essere rafforzate e dovrebbero essere rispettate, sotto ogni aspetto, la loro imparzialità e la loro autonomia dalla maggioranza politica. 

Si veda quello che succede alla RAI e sul conflitto di interessi. Molti degli strumenti tradizionali della democrazia e della partecipazione politica in questi anni sono andati in crisi. 

L'opinione pubblica tende a formarsi fuori dai canali tradizionali della partecipazione politica; i mezzi di comunicazione di massa e la TV svolgono oramai una funzione decisiva, sono evidenti le tendenze ad una deriva plebiscitaria del sistema.

Oggi specialmente con la concentrazione dei mezzi di comunicazione, in capo ad un solo uomo per di più, le cose si sono aggravate. 

Ma la nostra non può e non deve essere la battaglia contro una situazione personale, che speriamo transitoria. Occorre invece inserire questa lotta dentro la cornice più ampia di un rafforzamento di quel sistema di garanzie al vertice del quale vi è il controllo di legalità. 

Questo secondo me è il senso delle iniziative che in questi giorni si moltiplicano e noi abbiamo il dovere, tutti, di rendere sempre più chiara ed esplicita qual è la posta in gioco.

 

Federico Stame