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Architettura

Holl a Vicenza

 

Effetto scultoreo, attenzione al contesto, organicismo, esaltazione dei contrasti, pionerismo. L'architettura di Steven Holl si presenta fin da subito nel suo eclettico insieme di suggestioni. 

L' ultima architettura americana sta compiendo un tentativo per autodefinirsi ed autocollocarsi, uno sforzo che trova le sue radici nell'atteggiamento empirico proprio del pionierismo che vede nello studio del limite tra opposti, l'equilibrio della forma. Come F.L.Wright, che nel tentativo di costruire un'architettura autoctona americana, fuori dagli allora imperanti canoni beaux arts, si spinse al limite tra housing tradizionale e istanze precolombiane, tra deserto e città, fino al delirio della forma, Steven Holl si inserisce in questo dominio degli eccessi come un architetto fortemente difficile a descriversi. E' impossibile inserirlo in una particolare tendenza perché la sua architettura sembra essere un incessante uso di istanze diverse che contemporaneamente convivono nello stesso progetto; ad esempio nel concorso per il Museo dell' Evoluzione Umana a Burgos (2000), più un quadro che un'architettura, si fondono in maniera didattica e didascalica vari atteggiamenti. Da una prima attenzione al sito, composto da una maglia urbana ortogonale, cui corrispondono le due ali perimetrali, si passa ad un vero e proprio gioco scultoreo, la figura antropomorfa che connette le varie parti del museo e diventa, così, il cuore dell’intera struttura. 

L'aspetto metaforico del progetto e' affidato nuovamente a questo corpo centrale che, mimando un movimento umano, richiama il fine stesso del museo. Il fatto che la figura sia in movimento allude, infatti, all'evoluzione che è movimento per eccellenza, descrivendola come una vera e propria forma organica. Ma quest'uomo non è libero, è compresso dalle ali adiacenti, quindi si comporta come se fosse in una gabbia. Da qui deriva un' altra delle caratteristiche di Steven Holl, il tenere insieme entità opposte in una sorta di danza pericolosa: il gesto libero, artistico sta insieme alla gabbia che lo circonda toccandola soltanto in certi punti specifici. Quest'ultimo paradigma viene riutilizzato anche nel Museo d'Arte Contemporanea Kiasma ad Helsinki (1992-96) dove una rigida figura rettangolare si scontra, con disinvoltura, con una figura curva senza curare i punti di tangenza, determinando delle involontarie nicchie. L'attenzione al contesto è affidata alla grande curva concava che si offre al prospiciente edificio del Parlamento valorizzato grazie alla riorganizzazione dello spazio antistante, che viene svuotato e ingrandito. 

La mostra di Vicenza ospitata nella Basilica di Palladio fino al 1 dicembre presenta soltanto i lavori dalla fine degli anni '80 in poi, da quando, cioè, la maniera di Holl si è cristallizzata in una sorta di lirismo scultoreo e spaziale, tendente ad assorbire dal territorio in cui si inserisce e dal fine del progetto delle suggestioni che si traducono in fin troppo evidenti metafore architettoniche. A questo proposito, oltre al già citato Museo dell'Evoluzione Umana si noti il concorso per il Museo delle Confluenze a Lione (2002) dove una sorta di linea continua, come un filo sciolto da un punto di partenza immaginario, definisce l'edificio attraverso delle vere e proprie fughe e confluenze da un centro altrettanto immaginario. Le prime opere di Holl, come scrive Kenneth Frampton nella monografia-catalogo dedicata all'architetto, si caratterizzavano, al contrario, per uno stretto interagire di un aspetto fenomenologico legato, da un lato all'esperienza degli elementi dell'architettura, quali la luce, il clima, e i materiali e dall'altro ad una definizione dello spazio come composto da svariati spunti formali, al pari degli elementi naturali. Il tutto confluiva, come scrive ancora Frampton, in una specie di "tipologia metafisica", uno studio, cioè, sulle possibilità dell'architettura di delinearsi come un insieme atemporale di "modelli", dopo esser stati ridotti ai minimi termini mediante la loro adozione concettuale da parte dell' architetto. Forse il progetto, che più esemplifica questi paradigmi, è quello per il recupero di un’area portuale di New York (1980-82), dove una serie di edifici, posti sopra un ponte ferroviario dismesso diventano un’esercitazione sulla composizione di diversi tipi abitativi ottenuta mediante variazioni a partire da uno stesso schema formale. Si tratta di un’operazione concettuale, non estranea alla poetica di Le Corbusier. Si pensi all’elaborazione della ville pilotis del 1915, nella quale tutta la città é sopraelevata rispetto alla strada. 

Come l’uomo nella gabbia del Museo dell’evoluzione umana, le forme di Steven Holl sono alla ricerca di un liberazione dall’opprimente materia che le costituisce: così le finestre sono dei tagli di luce spesso ai bordi dell’edificioe gli elementi dell’architettura tagliati senza contorni, si protendono verso l’esterno. I progetti sono spesso frutto della rottura di una forma regolare in parti complementari che si relazionano su una stessa superficie, come nel caso del Rifugio Oceanico sull’Isola di Kaua’i, Hawaii, attualmente in costruzione. Qui i due solidi, dopo essere stati separati, sembrano guardarsi e tendere ad un riavvicinamento impossibile, perché la loro forza sta proprio nel dramma della forma che è in atto. La pianta di questo edificio, e il conseguente rapporto tra pieni e vuoti, sembra esemplificato sulla base del Padiglione di Barcellona di Mies Van der Rohe. Avviene il contrario nell’ ampliamento dell’edificio per uffici in Sarphatistraat ad Amsterdam (1996-98), dove il rivestimento dell’intero edificio è dominato da una fittissima griglia, una spugna, dove c’è spazio, solamente, senza tensione, per la traspirazione della materia. Il tema della porosità è un altro d paradigma di Steven Holl, ripreso nella Residenza Universitaria Simmons Hall a Cambridge in Massachusetts (1999), tuttora in costruzione, dove si tenta di combinare in quattro edifici diversi vari modi di comporne le trasparenze tra interno ed esterno. 

Steven Holl è, anche, un architetto, tipicamente americano: c’è in lui un tentativo di ricucire lo spazio proprio del confine tra città e deserto. Nel progetto per le Spatial Retaining Bars a Pohenix, Arizona (1989-90), elabora una lunga quinta architettonica formata da edifici a L , elevati dal suolo e sostenuti ai vertici e agli incroci da alti pilastri, alcuni dei quali abitati. Sono in parte una metafora dell’avamposto che si affaccia sul deserto, e allo stesso tempo una sorta di accesso alla citta’. Tutte le porte insieme delimitano in parte la struttura urbana di Phoenix, comportandosi allo stesso modo delle mura medioevali delle città europee. Gli appartamenti si situano nella parte più alta di queste strutture proponendosi, al pari del progetto del ponte abitato, come un affaccio preferenziale sullo spazio volutamente rialzato dal suolo. L’atteggiamento pionieristico di Holl si riscontra anche nel recente progetto per la Turbolence House ad Abique , New Mexico presente in mostra in scala reale. La casa deve sorgere in mezzo al deserto, metafora di una baracca del vecchio West, del tutto isolata e indipendente dal punto di vista energetico, mediante i pannelli fotovoltaici installati sulla copertura. 

Forse solo qui Steven Holl è veramente libero.      

 

Angela Macchi

Alberto Spinazzi