Carte d'arte on-line (www.cartedarte.it) - 020105

 

Architettura 

 

Gregotti ospite di Le Corbusier a Bologna

 

L’esposizione “La costruzione dello spazio pubblico”, allestita all’interno del Padiglione dell’Esprit Nouveau, oltre a presentare progetti dello studio Gregotti Associati, instaura un rapporto immediato con il Padiglione di Le Corbusier, rivelando una continuitá tra spazio contenente e contenuto; aspetto, questo, tra i più interessanti della mostra.

E’ raro trovare una così forte corrispondenza, vedendo affiancati per scopi complementari due architetti così vicini: visitando la mostra viene spontaneo riflettere sulle possibili relazioni tra Gregotti e l’autore dell’Esprit Nouveau  (Parigi, 1925, ricostruito a Bologna nel 1977), e un’analisi più dettagliata farebbe  emergere aspetti comuni. Ciò che lega i due architetti  è il contributo di entrambi all’evoluzione del Movimento Moderno; più precisamente Le Corbusier ne fu fondatore e capostipite insieme a Gropius e Mies van der Rohe:  Gregotti, negli anni ‘50 e ’60, ne raccoglie l’eredità, con un’architettura attenta al contesto e al territorio e un linguaggio privo di distorsioni, puntuale e necessario.[1]

Gregotti come Le Corbusier accosta al progetto un fitto lavorio intellettuale, che si traduce in numerosi saggi, nell’insegnamento (presso lo IUAV e  le facoltá di architettura di Milano e di Palermo), nella direzione di riviste come Rassegna (1979-82) e Casabella (1982-96) e nella collaborazione, tuttora attiva, con Il Corriere della Sera.

Più dell’architettura stessa, il motivo comune a Gregotti e Le Corbusier, soprattutto quello della fase razionalista, sta all’origine: è il senso della misura, della necessarietà di ogni componente, la cosidetta prassi del ‘buon senso’.

Nel 1966 esce “Il territorio dell’architettura”, testo fondamentale dell’architetto piemontese che spiega l’indissociabilitá tra progetto e territorio, architettura e urbanistica; i suoi progetti rappresentano questa attenzione al contesto sia quando si tratta di architetture costruite in ambiente urbano (abitazioni nell’area ex Saffa, a Cannaregio, Venezia, 1980-82, sistemazione della zona di Lützowplatz, IBA, Berlino, 1980), sia per quelle che si relazionano alla geografia dei luoghi (il paesaggio), come la sede dell’Universitá della Calabria, Cosenza, 1973-79, o la sede dell’Universitá degli Studi di Firenze, 1971, o il PEEP di Cefalù, Palermo, 1976-79. Questa del contesto è una categoria-guida che ritorna sempre nell’opera di Gregotti, insieme ad altre, che sono così individuate:

-     la storia come fondamento del progetto e la sua traduzione architettonica come espressione di memoria collettiva;

-     il lavoro di gruppo, come modello professionale e sociale dell’architetto;

-     il problema della scala e della giusta dimensione tra le cose[2], e di conseguenza un’attenzione profonda per il dettaglio sempre visto nel suo insieme;

-     il mestiere dell’architetto e il suo ruolo nella società contemporanea: come ricorda R. Masiero nel suo contributo al catalogo[3] della mostra,  compito dell’architettura è produrre un’ipotesi di ordine, non di ritrarre il caos che ci circonda.

Tali punti fondamentali vengono ad intrecciarsi con tematiche progettuali differenti e la chiave di lettura della  mostra,  lo spazio pubblico, è uno di questi: i 200 disegni dei 120 progetti considerati  (si va dallo Zen di Palermo, 1969-73,  allo stadio di Genova, 1986-89, dal Centro Culturale di Belém a Lisbona, 1988-93, al Teatro degli Arcimboldi, 1997-2002,  o la  recentissima Biblioteca di Cà Foscari a Venezia, 1999-2002)  più che  illustrare un percorso, magari seguendo un ordine cronologico o di grandezza degli interventi, si limitano a ‘presentare’ l`architettura di Gregotti. Si esce dalla mostra con la sensazione che poteva essere migliore, più approfondita  e meno accennata. La radicale scelta di mostrare solo disegni  è risultata inefficace perché, numerosi e disposti così ravvicinati,  insinuano un principio di monotonia non permettendoci di comprendere l’idea di spazio pubblico dell’architetto, ma solo intuirlo (a questo proposito è quasi  piú  eloquente la frase che accoglie il visitatore[4]): il che sarebbe tanto, se il fine dell’esposizione fosse l’introduzione all’architettura.

L’allestimento,  minimalista,  probabilmente realizzato con pochissimi mezzi – si pensi al nastro adesivo grigio su cui sono montate le targhette con le indicazioni dei progetti –, è in  completa armonia con l’interno razionalista di Le Corbusier.

Forse un’occasione parzialmente mancata, quella di far conoscere al pubblico che non si occupa direttamente di architettura, l’opera di un architetto che rappresenta un frammento della  storia dell’architettura italiana  e che ancora ha a che fare con il progetto.

<Esiste anche una quinta via, più vicina alla tradizione del moderno, quella della semplicità, della chiarezza, dell’organicità, della responsabilità, della durata, la via di un’architettura che ha come compito la costituzione di una distanza critica nei confronti della realtà; una via che conduce verso il progetto concepito come dialogo con l’esistente ma anche come riconoscimento di una distanza tra esso e il nuovo, distanza che la  soluzione del problema specifico ha il compito di colmare con la propria qualità>.[5]    

 

Angela Macchi  

 

[1] per un chiarimento sul rapporto tra Gregotti e il Movimento Moderno si veda il sintetico ‘Memoria e tradizione’ in V.Gregotti, “Racconti di architettura”, Skira, Milano, 1998, pagg. 17-27.

[2] ‘Di fronte a un insieme qualsiasi di oggetti grandi e  piccoli, di architetture, di spazi urbani, non solo bisogna abituarsi a misurarne e memorizzarne le dimensioni ma bisogna interrogarsi sempre sulla possibile alternativa di collocazione reciproca e sull’effetto che questo diverso insieme potrebbe avere.’ V.Gregotti, “Sulle orme di Palladio”, Laterza, Bari, 2000, pag.107

[3] B. Pedretti, a cura di,  “Gregotti Associati. La costruzione dello spazio pubblico”,  Alinea, Firenze, 2002

[4] ne riporto solo un brano: ‘Lo spirito dello spazio pubblico deve…. proporsi come un contenuto dell’architettura e sfida alla  desocializzazione che attraversa la contemporaneità, proponendo una concreta interpretazione della nozione di società aperta’. V.Gregotti.

[5] V.Gregotti, “Sulle orme di Palladio”,  Laterza, Bari, 2000, pag.59.

 

 

 

“Gregotti Associati. La costruzione dello spazio pubblico”

Bologna, Padiglione dell’Esprit Nouveau, Piazza della Costituzione

dal 14 marzo al 28 aprile, da martedì a domenica, ore 10-19

ingresso libero