Carte d'arte on-line (www.cartedarte.it) - 020206

 

Roberto Roversi

 

Girotondi o balli alla Filuzzi

 

I. Dal PCI al PDS al DS alla QUERCIA all'ULIVO alla MARGHERITA all'APRILE e poi magari, nei prossimi giorni, a un MAGGIO a un GIUGNO a un NOVEMBRE a un DEZEMBER. Quando ci si fermerà nella ricerca di un nome come insegna del disastrato negozio? D'altra parte, alzando anche in fretta le serrande, che merce troviamo che possa sorprenderci e quale proprietario e conduttore sul posto? In vetrina, dico io, quattro sacchetti in croce, alquanto impolverati, e una persona verbosa ed eccitata che a voce alta ci invita ad entrare e ripete d'avere invece un emporio di tutte le delizie.

Una sola, soltanto una in mezzo al mare delle mille parole; una affermazione precisa decisa e perentoria, e quindi funzionale e coinvolgente, dunque convincente, ho letto e ascoltato nel corso di questi lunghissimi giorni. E l'ha pronunciata il sindacalista Deanna della Magneti Marelli nel corso della riunione del direttivo regionale che si è tenuta mercoledì 10, a porte chiuse, alla Ca' Vecchia di Sasso Marconi: "il sindacato deve preoccuparsi di dare argomentazioni valide ai lavoratori in vista di una battaglia che durerà anni". Che durerà anni; quindi predisporsi con lucida pazienza e costante profondità di ricerca e di confronto e di riflessione per procedere a lastricare la strada metro per metro. Mentre i grandi capi della sinistra afflosciata si adergono come principi del foro a garantirci di prossima vendetta e di sicuro trionfo. Basterebbe, a verifica, controllare la velleitaria opposizione a livello nazionale e a livello locale.

Come se neanche li sfiorasse la preoccupazione che l'avversario che si ha di fronte, anzi direi, sopra, ha schemi diabolici di cronometrica precisione e non è affatto un'accozzaglia di banditi da strada. L'arrogante ignoranza di ogni tattica valutazione in merito, ha per quotidiana conclusione un ruotare vertiginoso a vuoto, senza che il carro compia un solo balzo in avanti. Anche uno solo.

II. Per supporto a queste riflessioni e per più altro ancora (ad esempio, con riferimento alla terrificante situazione del e nel Medio Oriente) vorrei per rapida comodità riferirmi a una corrispondenza di Maurizio Molinari da New York (La Stampa del 6 aprile 2002):    "Sun Tzu nell' Arte della Guerra scriveva che “il combattimento è il fallimento della politica", "che la miglior spia è quella che evita una carneficina" e che il "guerriero con il massimo onore è quello che riesce ad evitare di combattere"" (Sun Tzu scriveva fra il terzo e il quarto secolo prima dell'inizio dell'Era Volgare, "quando la Cina viveva l'epoca delle guerre infinite fra coalizioni di città che cambiavano in continuazione").

Leggere bene: riuscire ad evitare di combattere, non sottrarsi al combattimento. Ma prima del combattimento c'è l'approfondimento della ragione e la giusta collocazione di tutte le caselle disposte sul tavolo; c'è l'impegno paziente di capire e di intendere, di proporre e contrapporre, c'è l'obbligo di mantenere nervi d'acciaio e di cercare in ogni momento le giuste parole.

Qua da noi detengono il campo e sono maestri di pensiero e di conduzione operativa soprattutto i comici e gli uomini di spettacolo televisivo - che sono, spesso, degnissime persone ma per lo più osannate per martirii e flagellazioni soltanto virtuali. Essi infatti, nella società hanno altri impegni e magari altri doveri rispetto a quelli dei politici, che dovrebbero essere destinati per scelta e privilegio a una dura lotta sul campo, quotidiana. Invece, di personaggi, di tale stampo, io, con tutto il rispetto in genere, non ne vedo né ne conosco. Mi sembrano, i veterani e gli emergenti, avvolti da una noia nebbiosa, irrorati da una verbosità petulante, segnati dall'assoluta mancanza di ogni vibratilità di convinzione e di passione (nelle idee preposte; che si spengono, inoltre, come zolfanelli appena accesi). A Bertinotti, ad esempio, sentirei di ribattere con questo cenno: invece di essere e di sentirsi di essere, nello stesso tempo, dieci persone insieme, basterebbe sentirsi di essere una persona, quella persona, che vuole e cerca quella cosa e che per questo è pronta a collegarsi con gli altri, anch'essi intertessati.

Perché mai mi dovrei sentire gay se non lo sono? O lesbica, se non lo sono? O ebreo, se sono laico sfegatato? Mi sento invece partecipe visceralmente della miseria contorta, arraffata, squallida, volgare, truffata e squilibrata di questo miserabile mondo, che ha gli artefici bene in vista e contro i quali si deve e si dovrà sempre lottare con le armi della democrazia reale, che sussistono fuori dalla retorica che gronda da ogni pertugio della comunicazione. E su questo centro, su questo approdo di convinzione mai appassita, ecco che un altro mi è complice e compagno, senza che gli debba e possa richiedere tessere di riconoscimento; ciascuno conservando la propria natura come un bene privato e intangibile. Pertanto quella conclusione bertinottiana mi è parsa davvero di uno stridente razzismo - come quando, se mi è permesso dirlo non con una battuta, riferendosi alla poesia, si parla e criticamente si discute di "poesia femminile", o di poesia dei "negri d'America".

III. La verità è che consumiamo quasi a vuoto tempo e occhi nella lettura e portiamo i sobbalzi dei sentimenti, perché viviamo in un circuito di approssimazioni, di mescolanza dei termini e dei problemi, di complicazioni velleitarie. Non ne caveremo nulla di buono, e ci rotoleremo sempre nella polvere del disordine. Proviamo, ad esempio, a trascrivere - riferendoci ai problemi oggi in corso - Stato di Israele invece che Stato ebraico; proviamo a ricordarci con una violenta partecipazione non mai spenta (come tumulto dei sentimenti e degli angoli più riposti della nostra memoria umana) che l'olocausto è accaduto oltre cinquant'anni fa, come dantesco e vertiginoso riepilogo di secoli di oppressioni, violenza, emarginazioni inaudite; e che oggi, come giusta e storica rimozione, anche i massacratori di ieri hanno chiesto perdono, ricevuto perdono e con loro ormai si traffica e si dialoga; proprio come è accaduto in Russia con gli oppressori nazisti. Adesso lo Stato di Israele è lì, conturbato ma potente e con tutti i suoi diritti, nazionali e internazionali, stabiliti e riconosciuti; ma è oggi invasore con spietata prepotenza di spazio vitale altrui, di diritti altrui; di un altro popolo, insomma. E allora, quelli che si oppongono a questo strapotere, e che non hanno carri armati da 30 o da 60 tonnellate, che non hanno elicotteri da bombardamento, né hanno la bomba atomica ma solo la loro disperata carne umana che non vede futuro, altro non hanno da fare né possono fare che scagliarsi dentro una morte che porta la morte, in un circolo infernale. Ma non sono criminali irresponsabili, né ragazzetti o ragazzotte plagiate e scriteriate; sono semplicemente soldati di un esercito che non ha cannoni, né elicotteri né carri armati da 30 o 60 tonnellate. Gli uni compiono queste azioni suicide, gli altri abbattono con le ruspe interi quartieri, interi paesi, con tutto ciò che c'è dentro: guerriglieri, vecchi, donne, bambine, galline.

IV. Ecco dunque come per giusto e urgente riferimento, l'affermazione antica di secoli e secoli di Sun Tzu, essere il combattimento il fallimento della politica, e il guerriero con il massimo onore essere quello che riesce ad evitare di combattere.

In mezzo a tante quotidiane tragedie, in questa epoca di sfracelli mondiali (e in una Europa traboccante di grasso come un maiale vicino al fuoco), le straordinarie dichiarazioni dei combattenti israeliani alimentano la fiducia concreta che niente è ancora perduto per la dignità consapevole e il coraggio senza dubbi del genere umano:

"NON SPARO PIÙ'. Noi, ufficiali e soldati combattenti di riserva di Tzahal, che siamo stati educati nel grembo del sionismo e del sacrificio per lo Stato di Israele ... che serviamo lo Stato di Israele durante lunghe settimane ogni anno, nonostante l'alto prezzo personale che abbiamo pagato ... noi che siamo stati in servizio di riserva in tutti i territori e che abbiamo ricevuto ordini e istruzioni che non hanno niente a che fare con la sicurezza dello Stato, e il cui unico obiettivo è la dominazione sul popolo palestinese ... noi che con i nostri occhi abbiamo visto il prezzo di sangue che l'occupazione impone su entrambe le parti di questa divisione ... noi che abbiamo sentito come gli ordini che ricevevamo stavano distruggendo tutti i valori di questo Paese ... noi che abbiamo capito che il prezzo dell’ occupazione è la perdita dell'immagine umana di Tzahal e la corruzione dell'intera società israeliana ... noi che sappiamo che i territori occupati non sono Israele, e che tutte le colonie sono destinate ad essere rimosse ... noi dichiariamo che non continueremo a combattere in questa guerra per la pace delle colonie, che non continueremo a combattere oltre la linea verde per dominare, espellere, affamare e umiliare un intero popolo ... noi dichiariamo che continueremo a servire Tzahal in qualsiasi obiettivo che serva la difesa dello Stato di Israele. L'occupazione e la repressione non hanno questo obiettivo. E noi non vi parteciperemo". 

È con fremito di addolorata commozione che ascoltiamo queste parole che aiutano ad avere "pietà" e a continuare a sperare. Radunando nel bene le nostre idee. 

 

Roberto Roversi