Carte d'arte on-line (www.cartedarte.it) - 060401

 

Proprio nelle ore immediatamente precedenti lo svolgimento delle recenti consultazioni elettorali politiche del 9/10 aprile, un'amica gentile ci ha consigliato alcune letture, tra le quali una pagina di Enrico Peyretti datata 1989, pubblicata sul numero del periodico della Cittadella di Assisi Rocca del 15 novembre, ripetiamo, dell'anno '89. Anche il titolo minuscolo con quei puntini di sospensione ci è piaciuto, ma soprattutto il contenuto ci è sembrato di una particolarmente straordinaria e permanente attualità. Ringraziando l'Autore e la redazione di Rocca, lo riproponiamo qui, oggi, per i nostri quattro lettori che speriamo attenti, pensosi e riflessivi, anche se eventualmente critici. (a.q. 04/06)

 

 

essere di sinistra ...

di Enrico Peyretti

 

Ci vuole del coraggio ad essere ancora di sinistra. Il comunismo è fallito, dopo aver compiuto tutti i crimini possibili. Il socialismo non c'è più. Chi vuol stare all'onor del mondo deve riconoscere il trionfo del capitalismo, il migliore dei mondi possibili. Essere di sinistra non ha più senso. E noi siamo di sinistra. E questo ha senso. Significa volere ancora vedere che l'umanità è divisa in Sazi e Affamati, in Appagati e Offesi, in Sfruttatori e Sfruttati, in Arricchiti e Impoveriti, in Esosi e Indebitati. Significa guardare anzitutto, nel panorama del mondo, questa terza guerra mondiale combattuta dal Nord contro il Sud, e non potere aver pace fino a che non sia terminata, e confessare di averne anche noi colpa, e volere uscire dalla nostra ingiustizia per essere degni dell'umanità. Significa ammettere che nelle nostre stesse società ricche, malate di gotta spirituale, ci sono Poveri e Offesi, messi a tacere, convinti dai persuasori occulti di essere colpevoli della loro inferiorità, bastonati perché camminano in coda e non sanno vincere, considerati pazzi se denunciano la miseria umana di questo «sviluppo».

Significa bruciare di indignazione perché si vede che tutto ciò non è fatale, non è naturale, non è giusto, dunque non deve essere, cioè si deve disfare e sostituire con un mondo regolato da criteri umani. Significa volere questa «rivoluzione», cioè capovolgimento nella consapevolezza che essa è molto più difficile e lenta di quanto la gente di sinistra abbia in passato creduto, eppure è ancora più necessaria e più radicale di quanto si sia creduto in passato; che non si compie con atti di forza, con colpi rapidi, con mutamenti esteriori (gli unici che la forza sa operare), tali da non toccare le radici dell'uomo; che se confida nella violenza non cambia nulla e si condanna a ripetere i vecchi delitti che vuoi combattere; che è un mutamento tanto più radicale quanto è più personale, pagato sul terreno dello stile quotidiano di vita e non sul palcoscenico del potere.

Significa non disprezzare gli incapaci per ammirare solo chi è abile ed ha successo, ma sapere invece vedere negli umani non solo ciò che hanno (e questo dovrebbe essere ovvio), non solo ciò che fanno (e questo non è mai stato acquisito bene dalla sinistra), ma ciò che sono, anche se ora è inespresso, impedito, incompiuto, tutto futuro, senza posto in questo mondo: l' «homo absconditus» di Ernst Bloch. La grande carenza della sinistra è stata una carenza antropologica ed etica.

Significa pensare che la giustizia non è la sentenza del più forte, non è il mio diritto acquisito, non è la convenzione, non è la vendetta di chi finora ha subito torti, ma è ciò che è dovuto assolutamente ad ogni Altro, in quanto essere umano. Questo obbligo non nasce da un contratto sociale, ma è originario, costitutivo di ciò che ci fa umani. Quel diritto è inviolabile, pena la disumanizzazione del violatore più ancora che del violentato. Quel diritto non decade mai, non è soppresso dalla forza, perché è immortale e grida dal sangue di Abele con voce più profonda e tenace di tutti i clamori del mondo. Quel diritto protegge persino Caino, che pure l'ha offeso, e gli restituisce dignità e coscienza umana. L'uomo giusto è coronato di giustizia perché ha riconosciuto il diritto altrui.

Significa pensare che non c'è vero conflitto tra giustizia e libertà, perché nessuno è libero di essere ingiusto e nessuno rende giustizia se non rispetta la libertà. Il conflitto nasce solo tra la poca e falsa giustizia e la poca e falsa libertà. Quando Capitini propugnava «massima libertà sul piano giuridico e culturale e massimo socialismo sul piano economico» non diceva facili parole astratte: solo nella tensione al massimo i due valori convergono praticamente. Tutto il contrario di quanto avviene nella presente civiltà dell'avere, dove la libertà più tutelata è quella di arricchirsi e l'unica giustizia raggiunta è quella astratta e formale del diritto scritto e non fatto. C'è una libertà di avere e prendere, ed è quella dell'attuale trionfante liberalismo dei pochi, e una libertà di essere, che spetta ed è negata ai più. Questa deve precedere e misurare l'altra libertà.

Significa cercare risorse di umanità autentica nelle persone e nei popoli non deformati dal possedere e non divisi dal resto degli uomini dal bisogno di difendere il privilegio, cioè nei Poveri, nelle voci e nelle culture che essi producono e che li interpretano nelle loro lotte di liberazione e dignità. Senza fare dei Poveri un Messia, perché sono uomini, quindi corruttibili e possono domani opprimere altri dimenticando di essere stati oppressi (come è avvenuto ed avviene). Ma anche senza dimenticare che ricchezza e potere corrompono e incanagliscono gli esseri umani, mentre la miseria li può avvilire e degradare ma non arriva a far marcire il cuore e dunque lascia maggiori speranze e possibilità di ritrovare dignità. Lo prova il fatto che i più grandi mali della storia sono compiuti dall'arroganza dei potenti e ricchi e non dalla rabbia dei miseri e degli umili. Quando questi si abbandonano alla vendetta violenta sono più servi che mai, perché imitano il male fatto a loro, e sono più violentati che mai perché il male gli ha toccato l'anima e non solo il corpo. 

Ma, nonostante tutto, è dalle schiere dei poveri, dalla loro scuola, che sono comparsi nella storia modi di lottare per la giustizia con le sole armi della giustizia.

Significa dunque guardare le cose del mondo dal punto di vista dei poveri e non dei ricchi, col criterio dei primi e non dei secondi, scegliendo ciò che può risarcire i primi e ridurre i secondi all'eguale umanità. Significa non essere oggettivi ed equidistanti ma appassionati, schierati, partigiani, a difesa dell'umanità di tutti, compresi i ricchi.

Significa pensare ancora al comunismo, più e meglio di prima, e cercare di essere meglio e più veramente comunisti. La forza del comunismo marxista è venuta tutta dalla fiducia dei poveri, ben più che dalla sua (almeno in parte innegabile) validità scientifica. E' un'infamia usare i delitti storici compiuti in suo nome e i suoi fallimenti pratici (ottenuti anche dall'azione dei suoi avversari) per soffocare le speranze dei poveri in una umanità che sappia vivere insieme; per nascondere i delitti e il fallimento del sistema capitalistico, valutato in termini umani interi e universali. Oggi che quasi tutti i signori della parola inscenano soddisfatti il funerale dell'idea comunista, è dovere primario di onestà tenersi fuori e lontano dal coro servile, per lavorare invece a ideare e volere una nuova e adeguata forma di comunismo: una società di persone libere e mature che cercano, su tutti i piani (dal materiale al sociale allo spirituale) ciò che è comune ed unisce più di ciò che divide ed oppone, la condivisione più dell'appropriazione.  Col fallimento e la morte del «socialismo reale», il socialismo ideale non muore ma risorge e prende nuovo risalto e movimento. La forza dell'ideale (o della verità) è sempre superiore a quella delle cose, è sempre feconda, è sempre maggiore dei suoi frutti limitati o degenerati.

Significa considerare la democrazia una irrinunciabile conquista incompiuta. Irrinunciabile, perché neppure il fine più giusto giustifica l'imposizione e solo la partecipazione libera di tutti, con tutti i relativi rischi, raggiunge fini di valore umano. Incompiuta, perché non funziona per tutti neppure all'interno dei paesi democratici; perché è rispettata dai popoli ricchi in casa loro e calpestata tutte le volte che fa comodo nei rapporti con gli altri popoli; perché si ferma davanti ai grandi poteri economici, i quali, o riescono a servirsene, o la sopprimono: i livelli di democrazia finora raggiunti nella storia hanno prodotto tecniche sociali per opporsi alle tirannie visibili, non alle tirannie indirette e occulte, non alla corruzione della libertà. Significa, se si è anche cristiani, leggere negli Atti degli Apostoli: «Tutti i credenti (...) avevano tutto in comune; quel che possedevano lo dividevano fra tutti, secondo il bisogno di ciascuno», e poi in Marx: «Ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni », e trovare che, nonostante la grande distanza storica e ideale, c'è qualcosa in comune tra le due proposte. Significa rifiutare l'ateismo teorico esattamente quanto l'ateismo pratico della civiltà del capitale, che non nega Dio solo perché lo usa. Significa volere liberare i non liberi più che difendere la libertà dei già liberi perché forti. In questo ci si è trovati alleati dei comunisti autentici e avver­sari dei loro avversari; allora è accaduto spesso (e accade ancora) di venire detti semplicemente marxisti, con pigra semplificazione. Così noi del foglio siamo stati definiti, con sicurezza pari all'infondatezza, da Mario Berardi in un libro di vari autori su Michele Pellegrino (Il vescovo che ha fatto strada ai poveri, Vallecchi, Firenze 1977, da noi recensito nel n. 68, nov.-dic. 1978), con un giudizio che corre ancora oggi nella chiesa torinese. Così alcuni che si sentono più «illuminati» di noi ci definiscono catto-comunisti (nel senso di marxisti). Non sono offese, ma sono falsità, che mostrano solo l'incapacità di analisi di chi ha identificato tutta la sinistra col Marxismo e nella crisi del marxismo vuol vedere la fine dell'idea di sinistra. La quale può essere detta con Sartre (per citare un testimone non sospetto), che si riferiva al 1793, «fraternità senza terrore».