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Architettura

Dalla Biennale di Venezia al Giornale dell'Architettura

 

La fine dell'ottava Biennale di architettura di Venezia vede la concomitante uscita di un nuovo periodico: "Il Giornale dell'Architettura", diretto da Carlo Olmo, professore al Politecnico di Torino. Questa congruenza ci da la possibilità di commentare il ruolo che l'architettura, e il suo manifestarsi pubblicamente in forma di mostre o pubblicazioni, che sta gradualmente assumendo nell'universo della cultura contemporanea. 

Lo slogan della mostra di Venezia Next anticipa in maniera esplicita le tematiche definite dal curatore, il direttore della rivista "Domus", Dejan Sudijc. Di fronte al l'imminente rischio di un'eccessiva virtualizzazione (dalla quale non rimangono immuni alcuni dei padiglioni nazionali ai Giardini), con conseguente smaterializzazione della disciplina, l'accento viene posto su ciò che, se non già in costruzione, lo sarà nei prossimi anni. Il trait d'union di tutti i progetti presentati risiede, dunque, nella sicurezza di una prossima realizzazione. Alle Corderie dell'Arsenale, l'unica sezione, insieme al Padiglione Italia, ad essere curata da Sudijc, ci si trova al cospetto di una miriade di progetti, alcuni interessanti, altri meno, che sono raggruppati in categorie funzionali distinte: edifici per l'abitazione, per l'interscambio, per la formazione, per il lavoro, torri, ecc. Se l'adozione di queste differenziazioni risulta semplicistica ed anacronistica, le architetture si offrono, al contrario, in maniera apparentemente disomogenea dal punto di vista del linguaggio. Per quanto riguarda le abitazioni, che si prederanno ad esempio dell'intero percorso della mostra, si passa dagli affacci sull'oceano propri di quella sorta di continuo scontro tra tensioni generatrici che è la "Casa a Kava'i" di Steven Holl ( che si rivela in questo caso un vero e proprio erede della tradizione naturalistica dell'American Renaissance, in una costante ricerca di armonia tra uomo e natura) alla "Grafton New Hall" di Ushida Findlay, che si configura come una sorta di organismo che si estende a raggiera nello spazio. Ciò che unifica tutti questi progetti è, in realtà, il non cercare un rapporto con lo spazio urbano, con la città contemporanea. O sono completamente isolati nel verde come i progetti redatti dal Comune della Grande Muraglia, ai quali viene casomai affidata l'integrazione mimetica con lo spazio mediante materiali naturali come le canne di bambù o semplici visuali panoramiche, o, anche se sono inseriti in un ambito cittadino, come l' "Attico a Manhattan" di Tadao Ando non aiutano a definirlo, ponendosi, in realtà come eccezioni urbane (sfondamento dell'ultimo piano, piscina sul tetto). Questo sfrenato grado di individualismo proprio dei progetti per abitazioni presentati è, da un lato, emblematico dell'intero carattere della Biennale e dall'altro della scandalosa assenza di qualsiasi lavoro di Rem Koolhaas, l'architetto, che più di qualunque altro, negli ultimi anni, si è occupato di studiare la metropoli contemporanea, nelle sue molteplici forme, da New York a Lagos, e la sua integrazione, nel bene e nel male, all'interno dell'immagine della città. Se, quindi, è giu sto restituire all'architettura ciò che sta perdendo (soprattutto in Italia), cioè la propria fattibilità, il proprio materializzarsi in una costruzione, non lo è altrettanto il banalizzare in qualche modo la disciplina. Ciò che viene offerto ai visitatori della Biennale è un compendio di tutti i progetti più famosi degli ultimi anni, pensati dai soliti noti Isozaki, Podrecca, Foster, Chipperfield, Nouvel, Herzog & De Meur on, Zaha Hadid, Eismeman, Toyo Ito, Siza, probabilmente già pubblicati nelle riviste. La persona non specializzata può quindi farsi un'idea di cosa sia il grado più evidente dell'architettura, il grado finito. Ciò è da certi versi lodevole, ed anche, in un certo senso, piuttosto umile, a fronte di una tendenza dell'architettura a porsi, il più delle volte, come scienza suprema, capace di tenere e trattenere insieme i più vasti campi del sapere. A questo è dovuto il grande successo di pubblico di questa mostra, aiutato, in questo senso, anche dall'allestimento minimalista dell'inglese John Pawson, allestimento, che in qualche modo scompare, per lasciare posto, nuovamente, al prodotto finito, che è composto da una miriade di costosissimi plastici, rendering accattivanti, particolari costruttivi in scala reale . Ciò che non viene presentato è il processo intellettuale del fare e pensare l'architettura e le sue problematiche, ed è ciò che forse avrebbe interessato un pubblico di persone più all'interno della materia. A chi quindi studia a fondo e conosce questo mondo la mostra della Biennale offre poco o nulla, soltanto un catalogo di progetti e di modalità di presentazione. 

Il nuovo "Giornale dell'Architettura", dall'altro canto, si presenta, ancora più semplicemente, come un luogo dove trovano spazio le vicende pratiche dell'architettura: concorsi problemi didattici e politici, piani per investimenti immobiliari, recensioni di progetti. Si passa dall'editoriale di Antonio Monestiroli su come la riforma universitaria investa le università d'architettura, ai problemi del nuovo ponte di Messina, alla recensione dell'ultima realizzazione di Herzog & De Meuron, al piano d'investimento per la nuova Londra pensato dal sindaco Ken Livingstone, per concludere con la drammatica decisione di demolire l'ampliamento del teatro romano di Sagunto di Giorgio Grassi. I contenuti di questo periodico esprimo no una tautologia, quella di far parte di un "Giornale dell'Architettura", di essere cioè informazioni, nobilissime, ma legate soltanto alla prassi del mestiere. Anche qui, nuovamente, sembra non esserci spazio per argomenti unitari, per problematiche che descrivano la profonda crisi dell'architettura contemporanea, che riscoprano l'etica a discapito dell'estetica, come aveva tentato di enunciare Massimiliano Fuksas alla Biennale di due anni fa. 

Che cosa trarre da questi due esempi? Ciò che emerge è soprattutto la s concertante divisione tra le due principali sfere caratterizzati il mondo dell'architettura: quella più pubblica, mediatica, che sta prendendo sempre più piede anche su riviste non specializzate, legata necessariamente ad una dimensione plastica dell'oggetto, accattivante, destinata spesso ad un pubblico non di architetti, e quella che predilige una ricerca, quasi del tutto estranea alla dinamica della c ostruzione. Emblematica, in quest'ultimo caso, la posizione di Stefano Boeri, che alla progettazione vera e propria preferisce un tipo di approccio, a cavallo tra mapping e geografia urbana, che studi casi tipo, all'interno dello spazio contemporaneo (non necessariamente nella città), al fine di proporre modelli alternativi di sviluppo, che anche se interessanti, non sono pensati per essere realizzati. Si pensi, ad esempio, alla sua ricerca, presentata nel libro Mutations, dove descrive Pristina come la città più multirazziale del pianeta, per il fatto di essere controllata dai soldati degli eserciti di diversi paesi che portano con sé le proprie famiglie. Alla fine, ciò che risulta è l'assenza di uno spazio di confronto critico tra questi due momenti del pensiero architettonico contemporaneo, un allontanamento  totale dal progetto da un lato, e l'offerta di prodotti di consumo dall'altro. E' meglio che qualcuno pensi a colmare questo gap prima che sia troppo tardi.

 

Alberto Spinazzi