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Università 

Concorsi e cattedre

 

Sul numero del 28 ottobre del "Sole 24 ore", il Preside della Facoltà di Giurisprudenza della Statale di Milano ripropone il problema del cattivo funzionamento della legge recente, varata dal governo di centrosinistra, sui concorsi per professore universitario. I temi che lamenta sono noti, e peraltro denunciati fin dal varo della legge, che può essere considerata una vera e propria concessione nostalgica alla vecchia idea di baronia e, nella sua prevedibile attuazione, un indegno braccio di ferro tra facoltà ‘forti’ e facoltà ‘deboli’.

Di fronte ai mali della legge, che ripropone i mali tradizionali dei concorsi universitari, riassumibili nel fatto che sono totalmente guidati, Ferrari è motivatamente incerto tra "il male minore" (ma pur sempre male) dei due vincitori, tra cui la facoltà di destinazione può scegliere, e la realizzazione definitiva dell’autonomia degli atenei, lasciati liberi di scegliere i professori che preferiscono, in una prospettiva di piena concorrenza.

Mi sembra interessante osservare almeno due punti: da un lato, che la situazione di piena concorrenza non è un dato possibile e futuro, ma è già nei fatti.

I circa 3000 (tremila) corsi di lauree avviati con la recente attuazione della riforma, non sono soltanto espressione di smisurata volontà di articolazione, ma anche, attraverso la proposta di doppioni in sedi universitarie vicine, l’avvio di una condizione di concorrenza vera e propria, che porterà nel giro di pochissimi anni gli studenti a scegliere sulla base della validità delle proposte presentate loro. Non c’è dubbio che quando si legge il piano di studi di certi corsi, si ha la sensazione che si tratti di proposte incapaci di reggere la verifica dei fatti; checché se ne dica, l’utenza studentesca non è affatto sprovveduta o acritica, e di questo fenomeno di selezione spontanea del mercato studentesco si ha già più di un esempio in corsi istituiti negli ultimi anni, partiti con un alto numero di iscritti, e poi sgonfiatisi in breve tempo perché inadeguati. In questa situazione, le facoltà che volessero riempirsi di docenti raccomandati e incompetenti non hanno che da accomodarsi: spetterà poi al ministero, se ne avrà voglia, andare a vedere i risultati, almeno in termini di consenso dell’utenza studentesca.

La seconda considerazione riguarda invece la sorpresa che si prova nel constatare come si continui a dimenticare come, due legislature fa, il governo Dini avesse varato una normativa sui concorsi universitari - già approvata da un ramo del parlamento, e quindi soltanto da chiudere - che sembra essere una proposta molto seria, sia per risolvere la piaga dei concorsi truccati, che continua ad essere la norma, sia per garantire la qualità dei docenti scelti. Infatti, la moralizzazione del sistema non può consistere tanto nell’eliminazione dei raccomandati, che esistono ovunque e in tutti i sistemi universitari, quanto nel superamento della piaga della eliminazione di studiosi di valore, oggi come ieri scavalcati dai raccomandati di turno. Il governo Dini varò una proposta di un concorso nazionale per la sola idoneità, di per sé un vaglio neutrale della qualità degli studiosi, con la successiva libera chiamata della Facoltà disponibile al prendersi il docente. Poiché in fase di idoneità il contrasto tra candidato raccomandato e candidato di qualità non si pone, gli spazi per gli studiosi di valore erano oggettivamente maggiori. Ed è interessante osservare che questa soluzione, varata da ‘destra’, era nata a ‘sinistra’, da un’idea di Umberto Eco. Era dunque una dignitosissima idea trasversale, che rendeva improbabili i guai lamentati da Ferrari, in quanto vanificava le condizioni in base alle quali si crea l’attuale ‘mercato delle vacche’.

Allora trovò molti oppositori che la misero sotto l’etichetta non si sa perché ingiuriosa di ‘listone’, pubblico e trasparente. Gli stessi critici furono a favore di una legge, quella attuale, che un listone lo ha creato (sono 3000 i vincitori in attesa di una sistemazione in qualche facoltà), ma - guarda un po’ - in un modo niente affatto trasparente. Non sarebbe il caso di riconsiderare che almeno una volta qualcosa di buono era stato pensato, e riprendere in mano quella mezza legge? Non potrebbe essere una buona soluzione per risolvere quel difficile dilemma tra "discrezionalità e arbitrio" che giustamente Ferrari denuncia?

 

Paolo Pullega - Università di Bologna