Carte d'arte on-line (www.cartedarte.it) - 020303

 

CHI SIAMO? DOVE STIAMO? DOVE ANDIAMO?    (II)

 

CHE COSA SIAMO DIVENTATI? (Rossana Rossanda su "il Manifesto" del 21 gennaio 2002)

CHE COSA DIVENTEREMO (Roberto Roversi)

 

Siamo diventati questa cosa qui, l'abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi, nel bene e nel male. Cosa diventeremo? Dipende; è appena il caso di ripeterlo, dipenderà ancora una volta, come sempre, da noi; dal nostro criterio, dal nostro cuore, e dalla nostra volontà di vivere o della nostra disappetenza, vale a dire della nostra tradizionale abitudine (indifferenza) nel credere la verità della vita (che vuoi dire, poi, la realtà della nostra vita) un cibo indigesto. Così, con un rapporto indiretto e nient'affatto scherzoso, vorrei aggiungere che qua a Bologna tutto è cominciato a cambiare quando nei ristoranti bolognesi, fiori un tempo risaltanti in un prato ormai coperto da tenere e morbide erbe cinesi, si cominciò a proporre come allegra invenzione il piatto di tortellini conditi con il salmone (fino ad arrivare con la cioccolata). Era in effetti un preavviso dei rapidi guasti o dei rapidi mutamenti e stravolgimenti seguiti. Fino ad arrivare ad oggi, che ci consente, magari solo in parte in queste righe private, di rispondere che noi siamo diventati "ferrovieri" in una città che è ormai un vistoso porto di mare, o una grande stazione ferroviaria. E in questa si muove, e si agita ininterrottamente, grande confusione, grande passaggio di gente che va e viene, che arriva e che parte, che dorme su una panchina o compra un giornale o aspetta un treno o guata feroce o si bacia in un angolo ecc. ecc.; mentre non c'è più niente di vera storia che la definisca o la plachi. E vera storia sta per le vecchie pietre che vivono e palpitano fra le mani dei cittadini; anzi, che i cittadini sentono in ogni momento come vibrazione vitale e non monumenti imbambolati che aspettano la notte. Niente di tutto ciò, fuori da vacui sentimentalismi: siamo diventati tutti noi, che qui stiamo, dei tortellini con il salmone, o con il cioccolato. Che cosa dunque diventeremo? Questo siamo già diventati: indifferenti o placati, tortellini conditi con il salmone. 

Tutto è perduto? O tutto è utilmente nuovo? Non si può dire, perché il fragore assordante della stazione ci impedisce di farci capire o di intendere la voce altrui. Preso atto di questo, ci può soccorrere, come sempre, solo o soltanto la pazienza della ragione. Che vuoi dire: controllare la fame, non correre a sedersi a tavola, aspettare ad annodarsi il tovagliolo intorno al collo. Pazientare con la inquietudine e l'incertezza, l'incertezza e la noia, l'incertezza infame e la solitudine che si aggira in mezzo alla confusione. Insomma, vuoi dire usare di nuovo forchetta e coltello, e per il brodo anche il cucchiaio; vuoi dire, ritrovare o cercando di ritrovare un ordine pulito invece di avventarsi sul cibo, che fuma nel vassoio, con le mani, arraffando come barbari alla conquista. Placare la nostra ormai ossessiva avidità, che è diventata per tanti impietosa, e riprendere in cuore il senso di una rinnovata ""pietà"" per noi stessi prima che per gli altri (dato che questa pietà esternata è molte volte un alibi per la nostra avidità, che tendiamo sempre a nascondere sotto le ali). Intanto, e per il momento, la sola (o le sole) esaltazione sociale e politica e culturale del popolo della sinistra, proviene dalle rade esternazioni di un uomo di cinema e dalla, prima attesa è poi realizzata, rapida partecipazione di un altro uomo di spettacolo a San Remo. "Andrà, non andrà, cosa dirà, cosa tacerà, che sconquassi farà" (le inquiete domande generali ci hanno turbato per settimane, quasi un groppo nazionale). Poi sul palcoscenico la persona indicata ha, in verità recitato, come sempre in modo struggente, un canto del "Paradiso". Era il solo modo? Forse era sul serio il solo modo - quello di rivolgersi ai santi - sciacquando via inesorabilmente, come acqua insipida e dura, la voce dei politici itineranti e frustrati e litiganti. Non ritrovandosi essi in casa, neppure come fogli sparsi nel fondo dei cassetti per coprirne i buchi, la voce dei pensatori arditi, che nel corso dei secoli pensarono e sanguinarono senza lasciarsi coinvolgere (o incantare) ne dalla voce dei santi né dalla voce (stridula e feroce) dei re. 

(Intanto uno, dimezzato, è in procinto di ritornarsi fra i piedi; con l'avallo sorridente di una sinistra ormai di acqua e paglia). Mentre, concretamente, in un dramma senza fine, continuano a essere falciati via, con inesorabile scadenza, coloro - e non sono tanti - che cercano di fare, di intervenire, di riflettere e di concludere con il coraggio non dei propri interessi, ma delle proprie idee. Ma che in questa inesorabile Italia sembrano sempre essere, e soltanto, ciocchi di legno buttati sul fuoco che arde impietoso.

 

Roberto Roversi