Carte d'arte on-line (www.cartedarte.it) - 010106

 

CHI SIAMO? DOVE STIAMO? DOVE ANDIAMO?    (I)

 

Non è vero, almeno a mio parere di spettatore, che la televisione ti avvicina alle cose; semmai ti allontana le cose. Le trasceglie, le dispone e le ammannisce.

Le immagini e gli avvenimenti sono disposti così in un ossessivo piano orizzontale sul quale o dentro il quale si agitano i mali o i soli del mondo in abilissimo montaggio figurativo, che noi ci sperdiamo un poco frastornati un poco incuriositi un poco allettati come in una foresta orrida-allegra zeppa di segni, sicché perdiamo l'impeto a qualsiasi emozione reale, che è quella della ragione (restando solo attiva una modesta rassegnazione).

L'emozione dei sentimenti spinge a diverse sollecitazioni, spesso perfino a un pianto, o a una agitazione, che presto poi si quietano, quasi sempre, sopraffatti dall'incalzare degli eventi suscitatori di altre e diverse emozioni.

Così dunque, si può affermare che questo nostro tempo (che con il mezzo delle tecnologie comunicative sembra essere dispensatore di informazioni anche le più minute con la velocità del suono e sulle ruote di un linguaggio spellato e omologato) tende a confezionare, indifferente ad altro, il proprio percorso con immagini esornative o spettacolari, più per gli occhi e una conseguente emozione cablata, che per la verità.

A conferma rapidissima e marginale, ma per un dettaglio indicativo (esplicativo) valga una notiziola di oggi, 3 dicembre, letta sui giornali nelle pagine sportive, in cui era detto che un cameraman televisivo, incaricato di riprendere in diretta una partita di campionato femminile di volley, era stato allontanato dal terreno di gioco perché indugiava oltre il lecito a dirottare le immagini dalla palla alle natiche delle atlete; quasi palpeggiandole con gli occhi.

E’ così che in ogni occasione i linguaggi televisivi sovrappongono alla realtà diretta, al cui servizio dovrebbero sempre operare, dirottamenti di ogni genere che la sfumano, l’aggrovigliano e la rendono quasi inerme; spiegazzata come un lenzuolo.

Poi un altro esempio, questa volta credo pesante; davvero molto pesante.

In Medio Oriente si combatte una guerra strisciante, che non si vede bene, e tuttavia è una vera guerra, una guerra senza alcuna pietà. Quindi feroce e primitiva (soffiando via il baluginare retorico di tutte le tecnologie).

Si ascoltano parole di esaltante retorica (mani sui cuori, bandiere e bandiere, rock americano,  fotografie  dei marines bardati di armi come  gli eroi di Omero). Cantiamo adesso il nostro inno di Mameli perfino noi in Italia, infervorati in una improvvisa e momentanea esaltazione, stonando e smozzicando le parole, perché la nostra storia è poco conosciuta, poco rispettata, poco insegnata e noi viviamo in continua ammirazione degli altri, e in un servilismo culturale e sociale impietoso e deprimente.

Ma di questa guerra, che si vede un poco ma non si sente,  conosciamo (l'ho già detto) nonostante mille inviati speciali, solo ciò che ci deve essere comunicato, e abbiamo di fronte ogni momento come genio del male soltanto un personaggio - oltre l'indicazione quotidiana delle bombe e bombe che cadono intelligenti, sapienti, perfette nel viaggiare e nel cadere proprio sul punto giusto, sì da colpire solo un tavolo, una sedia, il nemico che esce di casa. E se una bomba, altrimenti, fa un macello di povera gente, e di poveri soldati, è una bomba impazzita e chi la invia si scusa con l'avversario. Ma senza pentimento.

Perché l'America è l'impero del mondo e sul mondo, oggi; naturalmente invincibile, e sta vendicando una terribile offesa, torri e pentagono, pentagono e torri; il formidabile corpo dei marines è già all’attacco; vittoria, vittoria, vittoria. L'impero amministra la giustizia infinita, e i macelli di vite umane sono così lontani. L'occidente che ha risucchiato l'Africa, ad esempio, rendendola pelle seccata di biscia o di serpente, deve solo - pago della sua tormentata e tormentosa opulenza - starsene zitto e lucrare; tutt'al più collaborare in cucina, se necessario.

Basterebbe, per tutto ciò, guardare questa nostra Italia, oggi derelitta e in sottana. Stritolata fra le catene di un liberismo selvaggio che le ha tolto sonno pietà e rispetto e le ha spappolato il linguaggio (ripeto, ridotto a un polpettone quasi indigesto)  utilizzato dalla burocrazia, dal potere politico unificato, dalla finanza che ama solo appoggiarsi al muro dei numeri e troneggia nei misteriosi castelli in cui è annidata; sfuggente come un' anguilla di laguna.

Cosi, via! come dovremmo rispettosamente essere (vivendo ormai senza autonomia di parole, di denaro, di futuro, di scelte di vita) tutti indignati a quell'ora, tutti commossi a quell'ora, tutti degustatori di pasticcini dorati in quell'ora, tutti vuoti, tutti pieni, tutti per andare, tutti per tornare; e tutti (ripeto) forti, ricchi, di buon sorriso, di sana digestione, pronti al sonno, propensi all'amore, al sesso di ogni genere, alla liberazione di tutte le cloache linguistiche. E nel cestino le nostre turpi memorie.

Siamo dunque così? Stiamo dunque così? E corriamo su questa autostrada seminata di orrori di ogni genere ma trattenuti, per noi soddisfatti, lontano oltre i mari? L'acqua ci aiuterà a salvarci, rannicchiati nel nostro nido, mentre la gran parte del mondo urla di terrore. Come faremo nei prossimi tempi quando i dannati della terra si solleveranno dal fango?

Intanto un modo c'è, primo e reale; riprendere a parlare forte, a cantare forte, con voce intonata, con parole rigenerate dalle nostre vere emozioni e dalle nostre autentiche libere speranze;  per sopraffare il rombo micidiale delle bombe che non danno tregua alla terra e per avviare la sconfitta delle velenose parole ufficiali, che inquinano ogni comunicazione e ci perseguitano perfino nel sonno.

Dobbiamo tornare liberi; mentre le guerre, tutte le guerre, sono la più atroce negazione della libertà.

 

Roberto Roversi